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	<title>Francesco Ambrosino, Author at Open-Box</title>
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	<description>Open-Box - Software, Comunicazione, Social media &#38; Digital PR</description>
	<lastBuildDate>Mon, 20 Apr 2026 15:40:14 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Francesco Ambrosino, Author at Open-Box</title>
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		<title>Qual è lo stato generale della SEO on-page secondo Google</title>
		<link>https://www.open-box.it/stato-generale-seo-on-page-google/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Ambrosino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Mar 2025 16:18:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Content Marketing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vediamo insieme qual è lo stato generale della SEO on-page secondo Google, relativamente all'ottimizzazione dei contenuti.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La <strong>SEO on-page</strong>, ovvero l’ottimizzazione per i motori di ricerca degli elementi che compongono un sito web o un singolo contenuto, è una pratica fondamentale per <strong>aumentare la visibilità nei risultati di ricerca organici</strong>.&nbsp;</p>



<p>Questa disciplina non si limita semplicemente all&#8217;aggiunta di parole chiave nei contenuti, ma abbraccia un <strong>insieme di tecniche e strategie volte a migliorare l&#8217;esperienza utente, l&#8217;accessibilità e la pertinenza di un sito web agli occhi dei motori di ricerca</strong>.</p>



<p><a href="https://almanac.httparchive.org/en/2024/seo" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il Web Almanac 2024 di Google dedica un intero capitolo alla SEO</strong></a>, analizzando criticamente gli elementi e le configurazioni che influenzano la visibilità di un sito web nei risultati di ricerca organici. </p>



<p>Si tratta di un rapporto molto dettagliato, in cui si approfondiscono temi come la <a href="https://www.open-box.it/crawl-budget/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>crawlability</strong></a> e l’<a href="https://www.open-box.it/indicizzazione-posizionamento-google/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>indicizzazione delle pagine</strong></a>, il <strong>robots.txt</strong>, i <a href="https://www.open-box.it/canonical-tag/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>canonical</strong></a>, l’<strong>esperienza dell’utente in pagina</strong>, ma anche quegli <strong>elementi che compongono i contenuti che creiamo</strong>, ad esempio gli articoli di un blog o le pagine statiche del sito web. </p>



<p>In questo articolo andremo a illustrare <strong>qual è lo stato generale della SEO on-page secondo Google</strong>, relativamente all&#8217;<strong>ottimizzazione dei contenuti</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>1. Title (&lt;title&gt;)&nbsp;</strong></h2>



<p>Il<strong> tag &lt;title> </strong>è un elemento fondamentale per l&#8217;ottimizzazione on-page, poiché <strong>rappresenta il </strong><a href="https://www.open-box.it/differenziare-il-titolo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>titolo</strong></a><strong> della pagina visualizzato sulla scheda del browser</strong> e svolge un ruolo cruciale nell&#8217;<strong>indicare la pertinenza del contenuto per i motori di ricerca e gli utenti</strong>. </p>



<p>Oltre a influenzare l&#8217;esperienza utente, <strong>contribuisce a migliorare la visibilità nelle SERP</strong>, soprattutto quando viene combinato con la meta description.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://almanac.httparchive.org/static/images/2024/seo/title-tag-and-meta-description.png" alt="title tag e meta description web almanac 2024 SEO"/></figure>



<p><strong>Nel 2024, il 98,0% delle pagine desktop e il 98,2% delle pagine mobili presentavano correttamente il tag &lt;title></strong>, sebbene si registri un lieve calo rispetto al 98,8% delle pagine monitorate nel 2022. <strong>La lunghezza media del tag è risultata di 12 parole</strong>, sia su desktop che su mobile,<strong> con una lunghezza mediana di 77 caratteri per le pagine desktop e 79 caratteri per quelle mobili</strong>. Questo dato evidenzia una certa coerenza nel formato del tag, che continua a svolgere un ruolo primario nell&#8217;ottimizzazione SEO.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://almanac.httparchive.org/static/images/2024/seo/title-words-by-percentile.png" alt="percentuale parole nel titolo web almanac 2024"/></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>2. Meta description</strong>&nbsp;</h2>



<p>Sebbene i <a href="https://www.open-box.it/migliori-alternative-google/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">motori di ricerca, incluso Google</a>, non utilizzino direttamente il contenuto delle meta description per il ranking delle pagine, <strong>queste rimangono un elemento fondamentale per la </strong><a href="https://www.open-box.it/aeo-answer-engine-optimization/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>SEO</strong></a>. Infatti, le meta description <strong>offrono segnali chiave sulla rilevanza di una pagina e possono avere un impatto significativo sul tasso di clic (CTR) nelle SERP</strong>, influenzando così il traffico organico verso il sito.</p>



<p>Nel 2024, <strong>la lunghezza media delle </strong><a href="https://www.open-box.it/meta-description-efficace/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>meta description</strong></a><strong> per le pagine desktop è di 40 parole</strong>, mentre<strong> per quelle mobili è di 39 parole</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://almanac.httparchive.org/static/images/2024/seo/meta-description-words-by-percentile.png" alt="lunghezza media delle meta description"/></figure>



<p>Rispetto al 2022, ciò rappresenta un <strong>aumento notevole</strong>, con un incremento del 110% per i dispositivi mobili e del 105% per i desktop. Due anni fa, la mediana delle meta description era di appena 19 parole per entrambi i dispositivi.&nbsp;</p>



<p>Inoltre<strong>, la lunghezza media in caratteri è di 272 per le pagine desktop e 271 per quelle mobili</strong>, con un incremento del 99% rispetto al 2022. Questi dati evidenziano una tendenza crescente a includere descrizioni più dettagliate, che potrebbero contribuire a migliorare la visibilità e il CTR nelle ricerche.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://almanac.httparchive.org/static/images/2024/seo/meta-description-characters-by-percentile.png" alt="percentuale numero di caratteri nella meta description"/></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>3. Heading tag&nbsp;</strong></h2>



<p>Gli <strong>heading o header tag</strong>, come H1, H2, H3 e così via (&lt;h1&gt;-&lt;h6&gt;), sono essenziali per <strong>organizzare e strutturare il contenuto di una pagina web</strong>, migliorando la leggibilità sia per gli utenti che per i motori di ricerca. Su piattaforme come WordPress, questi tag sono comunemente utilizzati per i titoli e sottotitoli, con designazioni come &#8220;Titolo 1&#8221;, &#8220;Titolo 2&#8221; e così via.</p>



<p><strong>Nel 2024, il 70% delle pagine desktop presentava il tag &lt;h1&gt;</strong>, il 71% il tag &lt;h2&gt;, il 59% il tag &lt;h3&gt; e il 37% il tag &lt;h4&gt;. Le percentuali per i dispositivi mobili sono simili.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://almanac.httparchive.org/static/images/2024/seo/presence-of-h-elements.png" alt="presenza di heading tag"/></figure>



<p>Questi dati <strong>mostrano un&#8217;adozione diffusa degli header tag</strong>, ma con una differenza rispetto al 2022, quando si osservava un uso maggiore del tag &lt;h2&gt; (73% su desktop e mobile) e dei tag &lt;h3&gt; (62% su desktop, 38% su mobile). In particolare,<strong> l&#8217;adozione dei tag &lt;h1&gt; è aumentata rispetto al 66% registrato nel 2022</strong>, mentre l&#8217;uso delle intestazioni successive ha mostrato un lieve declino.</p>



<p>Questi numeri suggeriscono che, pur mantenendo un buon utilizzo dei tag di livello superiore, <strong>c&#8217;è stata una certa concentrazione sui titoli principali, con una minore enfasi sui sottotitoli</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>4. Tag Alt</strong></h2>



<p>Nel 2024, <strong>l&#8217;attributo alt delle immagini si conferma un elemento cruciale per garantire l&#8217;accessibilità dei contenuti web</strong>, in quanto fornisce una descrizione alternativa dell&#8217;immagine per gli utenti che non possono visualizzarla, come nel caso di persone con disabilità visive, o per chi si trova in contesti dove il caricamento delle immagini è limitato.&nbsp;</p>



<p>Oltre a migliorare l&#8217;accessibilità, l&#8217;attributo alt <strong>è anche importante per </strong><a href="https://www.open-box.it/ottimizzazione-immagini-web/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>l&#8217;indicizzazione delle immagini da parte dei motori di ricerca</strong></a>, che lo utilizzano per comprendere e classificare meglio i contenuti visivi all&#8217;interno delle pagine web.</p>



<p>Secondo i dati del 2024,<strong> in media il 58% delle immagini sui siti web mobili utilizza l&#8217;attributo alt</strong>, un dato che segna un lieve aumento rispetto al 54% registrato nel 2022.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://almanac.httparchive.org/static/images/2024/seo/percentage-of-img-alt-attributes-present.png" alt="attributo alt delle immagini percentuale presenza"/></figure>



<p>Tuttavia, <strong>si è anche osservato un aumento degli attributi alt vuoti</strong>: nel 2022, la pagina media non presentava attributi alt vuoti, mentre nel 2024 circa il 14% delle pagine desktop e mobili presentano descrizioni alt lasciate vuote.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://almanac.httparchive.org/static/images/2024/seo/percentage-of-img-with-blank-alt.png" alt="percentuale di immagini con alt vuoto"/></figure>



<p>In termini di miglioramenti, <strong>nel 2024 le pagine web hanno visto una riduzione significativa degli attributi alt mancanti</strong>, rispetto ai dati del 2022. Infatti, nel 2022 il 12% delle pagine desktop e il 13% delle pagine mobili non includevano affatto l&#8217;attributo alt. Nel 2024, invece, la pagina mediana non ha riscontrato alcun attributo alt mancante, a sottolineare un progresso verso una maggiore cura nell&#8217;inclusione di questi elementi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://almanac.httparchive.org/static/images/2024/seo/percentage-of-img-missing-alt.png" alt="percentuale di tag alt assenti"/></figure>



<p>Questi cambiamenti suggeriscono che <strong>l&#8217;inclusione dell&#8217;attributo alt sta diventando una prassi più comune nei sistemi di gestione dei contenuti</strong> (CMS), sebbene il numero di attributi vuoti stia aumentando.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>5. Immagini e video</strong></h2>



<p><strong>Le immagini sono uno degli elementi che arricchiscono l&#8217;esperienza online</strong>, migliorando l&#8217;appeal visivo delle pagine web. Nel 2024, <strong>la pagina mediana presenta 14,5 immagini</strong>, con lievi differenze tra i dispositivi desktop e mobili. Tuttavia,<strong> l&#8217;uso delle immagini è significativamente maggiore nelle home page</strong>, che contano una media di 18,5 immagini, rispetto alle 10,5 immagini nelle pagine interne.</p>



<p>Per quanto riguarda i <strong>video</strong>, <strong>nel 2024 solo il 5,4% delle pagine su desktop e il 4,8% su mobile presentano un video al loro interno</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://almanac.httparchive.org/static/images/2024/seo/percentage-of-pages-with-video.png" alt="percentuale di pagine con video"/></figure>



<p>Inoltre, <strong>solo lo 0,9% delle pagine ha utilizzato il markup dei dati strutturati VideoObject nel 2024</strong>. Sebbene questo rappresenti un miglioramento rispetto allo 0,4% registrato nel 2022, evidenzia ancora un ampio divario tra la quantità di pagine che contengono video e quelle che utilizzano uno schema strutturato per ottimizzarli.&nbsp;</p>



<p>Questo suggerisce che, nonostante l&#8217;incremento nell&#8217;uso di contenuti video, <strong>c&#8217;è ancora un ampio margine di miglioramento nell&#8217;adozione di markup per i video stessi</strong>, che potrebbe contribuire a una maggiore visibilità nelle ricerche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>6. Link</strong></h2>



<p>I <strong>link all&#8217;interno di una pagina web</strong> sono fondamentali per il funzionamento dei motori di ricerca, che li utilizzano in diversi modi cruciali.</p>



<p>Uno degli utilizzi principali dei link da parte dei motori di ricerca è la <strong>scoperta di nuovi URL da scansionare</strong>. I motori di ricerca trovano e seguono i link presenti su una pagina che stanno già analizzando, indirizzandosi verso altre risorse web. Inoltre, <strong>i link sono un importante strumento di classificazione</strong>. I motori di ricerca considerano i link come un indicatore di importanza e rilevanza di un determinato URL, a seconda del numero e della qualità dei link che puntano verso di esso.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, <strong>non è sufficiente semplicemente avere più link per ottenere una migliore posizione nei risultati di ricerca</strong>. Oggi, <strong>l&#8217;approccio dei motori di ricerca è più sofisticato</strong>: sono in grado di <strong>riconoscere contenuti di alta qualità indipendentemente dal numero di link</strong>. Inoltre,<strong> i motori di ricerca sono diventati più abili nel combattere la manipolazione dei link e lo spam</strong>, privilegiando la qualità dei contenuti rispetto alla mera quantità di link. Pertanto, <strong>mentre i link restano un fattore importante per il posizionamento, l&#8217;accento si è spostato maggiormente sulla rilevanza e sulla qualità del contenuto stesso</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>7. Anchor Text</strong></h2>



<p>Gli <strong>anchor text di un link</strong>, ovvero il testo ipertestuale cliccabile, <strong>è cruciale per fornire sia agli utenti che ai motori di ricerca informazioni sul contenuto della pagina di destinazione</strong>. Un testo di ancoraggio non descrittivo, come &#8220;Ulteriori informazioni&#8221; o &#8220;Clicca qui&#8221;, non aggiunge alcun valore contestuale e <strong>rappresenta un&#8217;opportunità persa in ottica SEO</strong>. Inoltre, è dannoso anche per l&#8217;accessibilità, in quanto non aiuta chi utilizza tecnologie assistive a comprendere meglio il contenuto del link (secondo il sottoscritto, però, sono molto utili per far capire all’utente medio dove deve cliccare).&nbsp;</p>



<p><strong>Lighthouse</strong>, uno strumento di analisi delle prestazioni e dell&#8217;accessibilità, può identificare collegamenti con testo di ancoraggio non descrittivo. <strong>Nel 2024, l&#8217;84% delle pagine desktop e il 91% delle pagine mobili hanno superato questo test</strong>. Per le pagine interne, il 86% delle pagine desktop e il 92% delle pagine mobili hanno soddisfatto i criteri.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://almanac.httparchive.org/static/images/2024/seo/pages-passing-links-have-descriptive-text.png" alt="link con anchor text descrittivo"/></figure>



<p>Nonostante queste buone percentuali, è<strong> stata rilevata una piccola discrepanza tra desktop e mobile</strong>, suggerendo che le pagine mobili potrebbero contenere in genere meno link poco descrittivi come &#8220;clicca qui&#8221; o &#8220;leggi di più&#8221;. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che, su mobile, tali link spesso servono come complementari ad altri collegamenti già presenti sulla pagina, puntando allo stesso target di contenuti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>8. Link interni e Link esterni</strong></h2>



<p>I <strong>link in uscita </strong>sono elementi di ancoraggio &lt;a&gt; che contengono un attributo href e <strong>collegano a una pagina esterna al sito</strong>. I <strong>link interni</strong>, invece, <strong>puntano ad altre pagine dello stesso dominio</strong>, contribuendo a <strong>migliorare la navigazione e la distribuzione dell’autorità all&#8217;interno del sito web</strong>.</p>



<p>Dal 2022 si osserva una tendenza costante: <strong>le pagine desktop continuano ad avere un numero maggiore di link interni rispetto a quelle mobili</strong>. Questo fenomeno è probabilmente dovuto alla <strong>necessità di semplificare i menu di navigazione</strong> e i piè di pagina sui dispositivi mobili, adattandoli agli schermi più piccoli.</p>



<p><strong>Il numero complessivo di link interni è aumentato rispetto al 2022</strong>. Le pagine dei primi 1.000 siti hanno ora una <strong>media di 129 link interni </strong>sui dispositivi mobili, rispetto ai 106 di due anni fa. Questo trend di crescita è stato osservato in tutte le fasce di ranking dei siti web.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://almanac.httparchive.org/static/images/2024/seo/median-links-to-same-site.png" alt="media link linterni"/></figure>



<p>Dai <strong>dati di classificazione CrUX</strong> emerge che <strong>i siti più popolari presentano un numero maggiore di link interni</strong>. Questo potrebbe dipendere dalla loro maggiore dimensione e complessità, che li porta a sviluppare strategie di navigazione avanzate, come i mega-menu, per gestire un elevato numero di pagine.</p>



<p>I <strong>link esterni</strong>, che puntano verso domini differenti, hanno mantenuto <strong>valori simili a quelli registrati nel 2022</strong>. Si è osservata una l<strong>ieve crescita</strong>, con un aumento medio di uno o due link per pagina.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://almanac.httparchive.org/static/images/2024/seo/median-links-to-external-sites.png" alt="media link esterni"/></figure>



<p>Anche in questo caso,<strong> i siti più visitati tendono ad avere un numero leggermente superiore di link esterni</strong>. Tuttavia, l&#8217;incremento rispetto agli anni precedenti è marginale, suggerendo che l&#8217;approccio alla gestione dei collegamenti esterni sia rimasto relativamente stabile.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Cos&#8217;è il crawl budget e perché è così importante</title>
		<link>https://www.open-box.it/crawl-budget/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Ambrosino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jan 2025 15:46:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Content Marketing]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.open-box.it/?p=21856</guid>

					<description><![CDATA[<p>Cerchiamo di capire cos’è il crawl budget, quali fattori lo influenzano e come ottimizzarlo per massimizzare il potenziale SEO di un sito web.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Il crawl budget è un concetto fondamentale nella <a href="https://www.open-box.it/aeo-answer-engine-optimization/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">SEO</a></strong>, anche se spesso viene frainteso. In parole semplici, rappresenta la <strong>quantità di tempo e di risorse che Google dedica alla scansione di un sito web</strong>. </p>



<p>Immaginate <strong>Googlebot</strong>, il &#8220;ragno&#8221;<em> </em>di Google, come un <strong>esploratore digitale con un tempo limitato per visitare le pagine del vostro sito</strong>. Più tempo Googlebot trascorre sul vostro sito, maggiori sono le possibilità che le vostre pagine vengano scansionate e indicizzate, rendendole visibili nei risultati di ricerca.</p>



<p><strong>Un crawl budget ottimizzato può portare a una serie di vantaggi per il vostro sito</strong>, tra cui un miglior posizionamento, un&#8217;indicizzazione più rapida dei contenuti e una maggiore visibilità organica. Al contrario, se Googlebot spreca tempo prezioso su pagine di bassa qualità, duplicate o irrilevanti, le vostre pagine più importanti potrebbero non ricevere l&#8217;attenzione che meritano.</p>



<p>Approfondiamo insieme, e cerchiamo di capire <strong>cos’è il crawl budget</strong>, <strong>quali fattori lo influenzano</strong> e <strong>come ottimizzarlo </strong>per massimizzare il potenziale SEO di un sito web.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che cos&#8217;è il Crawl Budget?</strong></h2>



<p>Con l’espressione <strong>crawl budget </strong>si fa riferimento alla <strong>quantità di tempo e risorse che Google dedica alla scansione delle pagine di un sito web</strong>. Non è un numero fisso, ma piuttosto una <strong>combinazione di fattori </strong>che determinano la frequenza e la profondità di scansione di Googlebot, il crawler di Google.</p>



<p>Esso<strong> è determinato da due elementi principali</strong>: il <strong>crawl rate</strong> e la <strong>crawl demand</strong>.</p>



<p><strong>Il crawl rate si riferisce alla velocità con cui Googlebot scansiona un sito web</strong>. In altre parole, indica <strong>quante pagine Googlebot può elaborare in un dato periodo di tempo</strong>. Google regola il crawl rate per evitare di sovraccaricare il server del sito web e garantire un&#8217;esperienza utente positiva.</p>



<p><strong>Diversi fattori possono influenzare questo parametro:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>stato di salute del server:</strong> un sito web con un server lento o che presenta errori frequenti avrà un crawl rate inferiore;</li>



<li><strong>limiti impostati in search Console:</strong> è possibile impostare un limite al crawl rate in Search Console, ma questo non significa necessariamente che Googlebot scansionerà il sito più frequentemente;</li>



<li><strong>protezione del sito: </strong>Googlebot cerca di non sovraccaricare i server per non interferire con l&#8217;esperienza degli utenti.</li>
</ul>



<p>La <strong>crawl demand</strong>, invece, si riferisce alla<strong> frequenza con cui Googlebot scansiona un sito web in base alla sua importanza percepita</strong>. Più un sito web è considerato importante da Google, più frequentemente verrà scansionato.</p>



<p><strong>I fattori che influenzano la crawl demand sono i seguenti:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>inventario: </strong>Googlebot cerca di scansionare tutti gli URL noti su un sito web. Se il sito contiene molti URL duplicati o non necessari, Googlebot potrebbe impiegare più tempo a scansionarli, riducendo l&#8217;efficienza del crawl budget;</li>



<li><strong>popolarità:</strong> gli URL più popolari su internet vengono scansionati più frequentemente per garantire che il loro contenuto nell&#8217;indice di Google sia aggiornato;</li>



<li><strong>mancato aggiornamento: </strong>Googlebot scansiona periodicamente i documenti per rilevare eventuali modifiche;</li>



<li><strong>freschezza dei contenuti:</strong> un sito web che pubblica nuovi contenuti frequentemente avrà una crawl demand maggiore rispetto a un sito web con contenuti statici;</li>



<li><strong>qualità dei contenuti:</strong> Googlebot dà priorità alla scansione di siti web con contenuti di alta qualità e pertinenti.</li>
</ul>



<p>In sintesi,<strong> anche se un sito web può tecnicamente gestire un crawl rate elevato, se la crawl demand è bassa, la frequenza di scansione sarà comunque inferiore</strong>. La chiave per ottimizzare il crawl budget è quindi sia garantire che il sito web sia tecnicamente pronto per una scansione efficiente sia aumentare il valore dei contenuti per gli utenti e, di conseguenza, per Google.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>In che modo il crawl budget influenza la SEO?</strong></h2>



<p><strong>Il crawl budget svolge un ruolo cruciale nel determinare l&#8217;efficacia della vostra strategia SEO</strong>. Se ottimizzato, può portare a significativi miglioramenti nella visibilità del vostro sito web sui motori di ricerca.</p>



<p>Nello specifico, può favorire:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>il miglioramento del posizionamento generale: </strong>quando Googlebot scansiona e indicizza le pagine del vostro sito web in modo efficiente, i motori di ricerca sono in grado di comprendere meglio la struttura e il contenuto del sito, il che può portare a un miglioramento del posizionamento generale nelle pagine dei risultati di ricerca (SERP);</li>



<li><strong>una <a href="https://www.open-box.it/indicizzazione-posizionamento-google/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">indicizzazione</a> più rapida dei nuovi contenuti:</strong> se Googlebot visita frequentemente il vostro sito web e dispone di un budget sufficiente per scansionare tutte le pagine, i vostri nuovi contenuti, come articoli del blog o pagine di prodotti, verranno indicizzati più rapidamente, rendendoli visibili agli utenti che effettuano ricerche pertinenti in tempi brevi;</li>



<li><strong>l’aumento della visibilità organica:</strong> un crawl budget ottimizzato consente a Googlebot di scoprire e indicizzare un maggior numero di pagine del vostro sito, aumentando la vostra visibilità complessiva nei risultati di ricerca organici. Questo può portare a un aumento del traffico organico, ovvero visitatori che arrivano al vostro sito web tramite i motori di ricerca.</li>
</ul>



<p>Al contrario,<strong> un crawl budget mal gestito può avere conseguenze negative per la SEO:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>spreco di risorse su pagine di bassa qualità:</strong> se Googlebot dedica gran parte del suo budget alla scansione di pagine con contenuti duplicati, irrilevanti o di bassa qualità, le vostre pagine più importanti potrebbero non essere scansionate e indicizzate correttamente;</li>



<li><strong>indicizzazione ritardata o mancata delle pagine importanti:</strong> se Googlebot non riesce a scansionare le vostre pagine più importanti a causa di un budget limitato o di una struttura del sito inefficiente, queste pagine potrebbero non essere indicizzate affatto o essere indicizzate con un ritardo significativo, compromettendo la loro visibilità nei risultati di ricerca.</li>
</ul>



<p><strong>Gestire il crawl budget in modo efficace significa fare in modo che Googlebot si concentri sulle pagine giuste</strong>, quelle che portano traffico qualificato e generano risultati concreti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il crawl budget è importante per il mio sito web?</strong></h2>



<p><strong>ll crawl budget è importante per il proprio sito web se rientra in una di queste categorie:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>siti di grandi dimensioni </strong>(oltre un milione di pagine univoche) con contenuti che cambiano con una certa frequenza (una volta a settimana);</li>



<li><strong>siti di medie o grandi dimensioni </strong>(oltre 10.000 pagine univoche) con contenuti che cambiano molto spesso (ogni giorno);</li>



<li><strong>siti con una porzione consistente di URL totali </strong>classificati da Search Console come <strong>“Rilevata, ma attualmente non indicizzata”</strong>.</li>
</ul>



<p><strong>Se il sito web non rientra in queste categorie, è probabile che Google riesca a scansionarlo e indicizzarlo in modo efficiente </strong>senza che ci si debba preoccupare eccessivamente del Crawl Budget. In questo caso, è sufficiente concentrarsi sulla creazione di contenuti di alta qualità, sull&#8217;ottimizzazione della velocità del sito e sul mantenimento di una struttura del sito pulita e organizzata.</p>



<p>Detto questo,<strong> anche se il sito web è di piccole dimensioni, ci sono alcuni casi in cui questo fattore può diventare rilevante:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>se abbiamo appena aggiunto un gran numero di nuove pagine al sito web;</li>



<li>se il sito web ha molti reindirizzamenti;</li>



<li>se il sito web presenta problemi tecnici che impediscono ai motori di ricerca di scansionarlo in modo efficiente.</li>
</ul>



<p>In queste situazioni, <strong>ottimizzare il crawl budget può aiutare</strong> a garantire che le nuove pagine vengano indicizzate rapidamente e che Google non sprechi risorse su pagine irrilevanti o problematiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come posso sapere se il mio sito web ha un problema di crawl budget?</strong></h2>



<p><strong>Come si fa a capire se c’è un problema con il crawl budget? </strong>In effetti, è importante capire<strong> come identificare se il sito web soffre di problemi</strong>, e per farlo esistono alcuni <strong>segnali ai quali prestare attenzione</strong>:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>il sito web è di grandi dimensioni e ci mette molto tempo ad essere indicizzato</strong> o addirittura alcuni contenuti non vengono indicizzati affatto;</li>



<li>Google Search Console riporta un<strong> numero elevato di pagine &#8220;Rilevate, ma attualmente non indicizzate&#8221;</strong>. Questo indica che Googlebot ha trovato le pagine, ma non le ha ancora indicizzate. Un numero elevato di pagine in questo stato potrebbe indicare che Googlebot non dispone di un budget sufficiente per scansionare tutto il tuo sito;</li>



<li><strong>improvviso calo del traffico organico</strong>. Potrebbe essere dovuto a diversi fattori, ma una delle possibili spiegazioni è proprio un problema di crawl budget;</li>



<li><strong>il sito web presenta molti errori</strong>, come pagine 404, reindirizzamenti errati e tempi di caricamento lenti, che impediscono a Googlebot di scansionare le pagine più importanti;</li>



<li><strong>Googlebot non sta scansionando le tue pagine più importanti con la frequenza desiderata</strong>. L&#8217;analisi dei log del server può fornire informazioni dettagliate sull&#8217;attività di Googlebot sul sito web e aiutarci a capire se sta scansionando le pagine giuste.</li>
</ul>



<p>In presenza di uno o più di questi segnali, è consigliabile <strong>approfondire la questione</strong>.</p>



<p>Ecco <strong>alcuni strumenti da utilizzare a tale scopo:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Google Search Console:</strong> andando in <strong>&#8220;Impostazioni&#8221; -> &#8220;Statistiche di scansione&#8221;</strong>, è possibile prendere il dato fornito e calcolare la media delle pagine scansionate al giorno. Nello specifico, si deve <strong>dividere il numero di pagine totali del sito per il numero &#8220;Media scansionate al giorno&#8221;, ovvero il numero totale di richieste di scansione del tuo sito</strong>. Potrebbe essere <strong>necessario ottimizzare il Crawl Budget se si ottiene un numero superiore a ~10</strong> (quindi si hanno 10 volte più pagine di quelle che Google scansiona quotidianamente);</li>



<li><strong>SEOZoom:</strong> la sezione <strong>&#8220;Rendimento Pagine&#8221;</strong> permette di identificare le pagine che consumano maggiormente il Crawl Budget senza contribuire significativamente al traffico organico;</li>



<li><strong>strumenti di analisi dei log:</strong> strumenti come Screaming Frog e Log File Analyzer permettono di analizzare i log del server per ottenere informazioni dettagliate sull&#8217;attività di Googlebot sul sito web.</li>
</ul>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="626" height="99" src="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2025/01/crawl-budget-search-console.png" alt="crawl budget search console" class="wp-image-21857" srcset="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2025/01/crawl-budget-search-console.png 626w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2025/01/crawl-budget-search-console-300x47.png 300w" sizes="(max-width: 626px) 100vw, 626px" /></figure></div>


<p><strong>Una volta analizzato il Crawl Budget del sito web, è possibile iniziare a ottimizzarlo.&nbsp;</strong></p>



<p>Vediamo come.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come posso ottimizzare il Crawl Budget del mio sito web?</strong></h2>



<p>Vediamo una serie di <strong>consigli su come ottimizzare il Crawl Budget </strong>del proprio sito web:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>migliorare la velocità del sito:</strong> Googlebot ha un tempo limitato per scansionare ogni sito web, quindi un sito veloce permette di scansionare più pagine. Si consiglia di migliorare la velocità del sito ottimizzando le immagini, riducendo plugin e script non necessari, scegliendo un hosting di qualità e abilitando la cache del browser;</li>



<li><strong>gestire l&#8217;inventario degli URL</strong>: assicurarsi che Googlebot non sprechi tempo a scansionare pagine inutili o duplicate;</li>



<li><strong>eliminare i contenuti duplicati:</strong> utilizzare il <a href="https://www.open-box.it/canonical-tag/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tag canonical</a> per indicare la pagina principale in caso di contenuti simili o identici;</li>



<li><strong>utilizzare il file robots.txt per bloccare la scansione di pagine non importanti: </strong>ad esempio, pagine di login, pagine di ringraziamento, risultati di ricerca interni e pagine con contenuti duplicati. Bloccare gli URL con robots.txt riduce notevolmente la probabilità che vengano indicizzati;</li>



<li><strong>impostare un <a href="https://www.open-box.it/gestire-errori-404/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">codice di stato 404</a> o 410 per le pagine rimosse: </strong>questo indica a Googlebot che la pagina non esiste più e non deve perdere tempo a scansionarla;</li>



<li><strong>eliminare gli errori soft 404:</strong> questi si verificano quando una pagina restituisce un codice di stato 200 (OK), ma non ha contenuti. Googlebot continuerà a scansionarle, sprecando risorse;</li>



<li><strong>non utilizzare il tag noindex per bloccare la scansione delle pagine: </strong>Googlebot scansionerà comunque le pagine con il tag noindex. Utilizzare il file robots.txt per bloccarle;</li>



<li><strong>ottimizzare la struttura del sito web:</strong> una struttura chiara facilita la navigazione e la scansione per Googlebot;</li>



<li><strong>creare una gerarchia di pagine chiara e logica: </strong>organizzare le pagine in categorie e sottocategorie è utile;</li>



<li><strong>utilizzare una struttura di URL semplice e descrittiva: </strong>gli URL dovrebbero essere facili da leggere e comprendere;</li>



<li><strong>utilizzare i link interni in modo strategico:</strong> i link interni aiutano Googlebot a scoprire nuove pagine e a capire la loro importanza;</li>



<li><strong>mantenere aggiornate le Sitemap:</strong> le Sitemap sono file XML che elencano le pagine del sito web, aiutando Googlebot a scoprirle e scansionarle. A tal proposito, ricordiamo di <strong>assicurarsi di aver creato una Sitemap XML e di averla inviata a Google Search Console, di aggiornarla quando si aggiungono o rimuovono pagine, e di includere solo gli URL canonici</strong>;</li>



<li><strong>monitorare la scansione del sito web:</strong> utilizzare Google Search Console per monitorare la scansione del sito e identificare i problemi. La summenzionata sezione &#8220;Statistiche di scansione&#8221; fornisce informazioni su:
<ul class="wp-block-list">
<li>numero di pagine scansionate da Googlebot ogni giorno;</li>



<li>eventuali errori riscontrati da Googlebot durante la scansione;</li>



<li>velocità di risposta del server.</li>
</ul>
</li>



<li><strong>concentrarsi sulla qualità dei contenuti:</strong> Google dà priorità ai siti con contenuti di alta qualità. Assicurarsi che i contenuti siano unici, informativi e utili per gli utenti. In caso di sito di grandi dimensioni con molte pagine simili, bisogna valutare se ha senso la loro esistenza o se è possibile raggruppare contenuti simili in una sola pagina;</li>



<li><strong>utilizzare il comando &#8220;disallow&#8221; nel file robots.txt:</strong> bloccare la scansione di directory inutili con milioni di URL con il comando &#8220;disallow&#8221; nel file robots.txt può liberare crawl budget, perché il bot si concentrerà su risorse più utili del sito.</li>
</ul>



<p><strong>L&#8217;ottimizzazione del Crawl Budget è un processo continuo</strong>, non basta un&#8217;azione una tantum per cambiare le cose. Si consiglia, quindi, di <strong>monitorare regolarmente l&#8217;attività di Googlebot </strong>sul proprio sito web <strong>e apportare le modifiche necessarie</strong> per garantire che il crawl budget venga utilizzato in modo efficiente.</p>



<p>Per approfondire, consigliamo la lettura della <a href="https://developers.google.com/search/docs/crawling-indexing/large-site-managing-crawl-budget?hl=it" target="_blank"><strong>“Guida per i proprietari di siti di grandi dimensioni per la gestione del budget di scansione”</strong></a> di Google.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La SEO si sta trasformando in AEO (Answer Engine Optimization)?</title>
		<link>https://www.open-box.it/aeo-answer-engine-optimization/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Ambrosino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Dec 2024 11:22:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Content Marketing]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.open-box.it/?p=21774</guid>

					<description><![CDATA[<p>Approfondiamo insieme, e cerchiamo di capire cos’è questa AEO, acronimo di Answer Engine Optimization, e in che modo si sta evolvendo la SEO.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>La <a href="https://www.open-box.it/digital-pr-seo-off-page/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">SEO</a> è in costante evoluzione</strong>, più di un Pokémon, e chiunque si occupi di posizionamento sui motori di ricerca, o più umilmente di contenuti informativi, sa benissimo che <strong>non c’è niente di più instabile dell’algoritmo di Google</strong>.  </p>



<p>Basta osservare un grafico di posizionamento su un qualsiasi tool dedicato, come SeoZoom, per capire che <strong>le SERP cambiano con una frequenza sempre maggiore</strong>; quello che è più difficile stabilire è se lo fanno come conseguenza delle mutate abitudini degli utenti o al fine di modificarle, queste abitudini.&nbsp;</p>



<p>Certo, <strong>oggi facciamo ricerche più elaborate e conversazionali rispetto a qualche anno fa</strong>, ma siamo così sicuri che quando andiamo su <a href="https://www.open-box.it/migliori-alternative-google/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Google</a> vogliamo una pagina di risultato così elaborata e piena di punti di contatto? Forse sì, soprattutto se ci riferiamo a <strong>query formulate in forma di domanda</strong>. </p>



<p>Da un po’ di tempo, infatti, <strong>si parla meno di SEO e più di AEO, acronimo di Answer Engine Optimization</strong>.&nbsp;</p>



<p>Approfondiamo insieme, e cerchiamo di capire <strong>cos’è questa AEO</strong>.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cos’è la AEO (Answer Engine Optimization)</strong></h2>



<p>La <strong>AEO</strong>, sigla che sta per <strong>Answer Engine Optimization</strong>, è il processo di<strong> ottimizzazione dei contenuti di un sito web per fornire risposte dirette alle query di ricerca degli utenti</strong>, particolarmente vantaggioso per i risultati dei motori di ricerca, nonché per le <a href="https://www.open-box.it/ai-killed-the-content-star/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">AI</a> (ad esempio <a href="https://www.open-box.it/migliori-gpt-per-chatgpt/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ChatGPT</a>, Bard) e i motori di ricerca vocale (Alexa, Siri).</p>



<p>L&#8217;AEO è un metodo che mira a <strong>posizionare i contenuti in modo che rispondano direttamente alle domande degli utenti nei motori di ricerca</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Ma qual è la differenza con la SEO? </strong>Volendo semplificare, mentre la SEO tradizionale lavora(va) principalmente sulle parole chiave, <strong>l&#8217;AEO si concentra sulla fornitura di risposte concise e accurate </strong>che corrispondano all&#8217;intento alla base delle query di ricerca.&nbsp;</p>



<p>A dire la verità, <strong>per chi fa SEO oggi l’utilizzo di questa nuova sigla è un po’ quello che gli americani chiamano “Potato, potahto”</strong>, con la differenza di pronuncia tra l’inglese britannico e quello americano: <strong>sembrano diverse, ma indicano la stessa cosa</strong>.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>A domanda, rispondo: il motore di risposta</strong></h2>



<p><strong>Chi produce contenuti</strong>, e lo fa con serietà, sa che, al netto di tutti i tecnicismi, <strong>deve rispettare essenzialmente tre principi</strong>:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>scrivere cose vere;</li>



<li>scriverle bene;</li>



<li><strong>rispondere alle esigenze degli utenti</strong>.</li>
</ul>



<p>La AEO si inserisce soprattutto in questo ultimo punto, perché bisogna capire che<strong> le ricerche non sono tutte uguali</strong>, e <strong>non mi riferisco solo alla canonica divisione tra informazione, navigazionale e transazionale</strong>.&nbsp;</p>



<p>Se io vado su Google e digito &#8220;Classifica Serie A&#8221;, non ho bisogno di un contenuto approfondito nel quale si fa un excursus storico sull’argomento, voglio solo la classifica, e non è un caso che il motore di ricerca mi risponda così.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1057" height="753" src="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/ricerca-google-con-risposta-diretta.png" alt="ricerca google con risposta diretta" class="wp-image-21780" srcset="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/ricerca-google-con-risposta-diretta.png 1057w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/ricerca-google-con-risposta-diretta-300x214.png 300w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/ricerca-google-con-risposta-diretta-1024x729.png 1024w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/ricerca-google-con-risposta-diretta-768x547.png 768w" sizes="(max-width: 1057px) 100vw, 1057px" /></figure>



<p>Questo è solo un esempio, slegato dai singoli produttori di contenuti, perché si tratta di una funzione di Google, ma il principio è semplice: <strong>se faccio una domanda che presuppone una risposta secca, non ho bisogno di altro</strong>.&nbsp;</p>



<p>Non è una novità, sia chiaro; <strong>sono anni che si parla della trasformazione dei motori di ricerca in motori di risposta</strong>, quindi la AEO non è altro che il prosieguo di un percorso che parte da lontano.&nbsp;</p>



<p>Nel corso degli anni, infatti, <strong>sono stati introdotti i dati strutturati, il knowledge graph, i Risultati Zero, le domande frequenti degli utenti, e così via</strong>; tutte innovazioni costruite per consentire a chi effettua una ricerca di <strong>raggiungere nel minor tempo possibile la risposta di cui ha bisogno</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Funziona con tutte le ricerche? No, ovviamente no, ma con le query in formato domanda sì, senz’altro</strong>.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come cambiano i contenuti?</strong></h2>



<p>L’evoluzione a cui abbiamo assistito negli ultimi anni è un tentativo, da parte di Google, di <strong>adeguarsi ai nuovi strumenti utilizzati dagli utenti per ottenere risposte alle proprie domande</strong>.&nbsp;</p>



<p>In passato non c’erano alternative, si poteva solo accedere al proprio motore di ricerca dal pc, digitare una o più parole chiave, e scorrere in SERP i vari risultati nella speranza di trovare ciò di cui si aveva bisogno.&nbsp;</p>



<p>Oggi, invece, possiamo fare la stessa cosa da <strong>pc, smartphone, tablet, smart tv, console di gaming</strong>, ma soprattutto attraverso gli<strong> assistenti vocali</strong> (Siri, Alexa, ecc…), ed è evidente che<strong> un conto è sedersi alla propria scrivania per fruire di contenuti dedicati ad una tematica specifica, un altro è fare una domanda in forma conversazionale con la voce</strong>; in quest’ultimo caso <strong>vogliamo una risposta diretta, possibilmente breve e concisa</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Qual è il problema? La fonte!</strong> Ad oggi (vedremo se e come cambieranno le cose con i vari SearchGPT e simili), ogni sistema attinge al medesimo calderone, al cui interno troviamo i <strong>contenuti presenti online</strong>, raggiungibili da uno spider, e prodotti da qualcuno.&nbsp;</p>



<p>Quindi, <strong>se si vuole intercettare un pubblico in modo efficace</strong>, è necessario <strong>costruire i propri contenuti tenendo conto delle varie esigenze e delle modalità di ricerca degli utenti</strong>.&nbsp;</p>



<p>Per capirci, se produco un articolo informativo su tema complesso, devo fare in modo che quel <strong>contenuto possa essere fruito sia nella sua interezza ma anche proposto da Google e dagli assistenti vocali come risposta diretta ad una domanda altrettanto diretta</strong>.&nbsp;</p>



<p>Così.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="920" height="615" src="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/Schermata-2024-11-28-alle-14.05.07.png" alt="risulta zero google" class="wp-image-21778" srcset="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/Schermata-2024-11-28-alle-14.05.07.png 920w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/Schermata-2024-11-28-alle-14.05.07-300x201.png 300w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/Schermata-2024-11-28-alle-14.05.07-768x513.png 768w" sizes="(max-width: 920px) 100vw, 920px" /></figure>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="461" height="1024" src="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/Seo-AEO-461x1024.jpg" alt="Seo AEO ricerca su google da mobile" class="wp-image-21776" srcset="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/Seo-AEO-461x1024.jpg 461w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/Seo-AEO-135x300.jpg 135w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/12/Seo-AEO.jpg 576w" sizes="auto, (max-width: 461px) 100vw, 461px" /></figure></div>


<h2 class="wp-block-heading"><strong>Pro e contro della AEO</strong></h2>



<p>Attenzione ad emozionarsi, però, perché <strong>non è tutto oro quello che luccica</strong>, ma nemmeno tutto quello che sembra cioccolato è… Vabbè, ci siamo capiti.&nbsp;</p>



<p>Vediamo, quindi,<strong> quali sono i principali pro e contro di questo differente approccio alla SEO</strong>.</p>



<p><strong>Vantaggi:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>aumento della visibilità e dei tassi di clic:</strong> posizionandosi in &#8220;posizione zero&#8221;, le aziende potrebbero ottenere maggiore visibilità e attenzione degli utenti senza dipendere solo dai ranking “tradizionali”. Questo potrebbe portare a tassi di clic più elevati (CTR) perché gli utenti sono attratti da contenuti che rispondono direttamente alle loro domande;</li>



<li><strong>miglioramento dell&#8217;esperienza utente:</strong> i contenuti basati sull&#8217;AEO sono progettati per essere chiari, concisi e facili da navigare, offrendo agli utenti risposte rapide e precise alle loro domande. Questo approccio migliora la soddisfazione degli utenti, incoraggia le visite ripetute e contribuisce a un migliore coinvolgimento;</li>



<li><strong>maggiore rilevanza per la ricerca vocale: </strong>con l&#8217;aumento dell&#8217;utilizzo della ricerca vocale, l&#8217;AEO diventa fondamentale. Ottimizzando i contenuti con un linguaggio naturale e frasi di ricerca vocale, le aziende potrebbero aumentare le loro probabilità di apparire nei risultati di ricerca vocale;</li>



<li><strong>tassi di conversione più elevati: </strong>affrontando direttamente domande specifiche, l&#8217;AEO attira traffico potenzialmente più qualificato, composto da utenti che cercano attivamente le soluzioni offerte. Questo porta spesso a tassi di conversione più elevati, poiché i visitatori sono più propensi all&#8217;azione quando le loro esigenze sono soddisfatte;</li>



<li><strong>adattamento alle tendenze future:</strong> la AEO si allinea con l&#8217;evoluzione dell&#8217;intelligenza artificiale e della ricerca vocale. Le aziende che ottimizzano i loro contenuti per AEO oggi saranno meglio posizionate per adattarsi alle tendenze future, garantendo un approccio sostenibile al marketing digitale.</li>
</ul>



<p><strong>Svantaggi:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>difficoltà nel raggiungere la &#8220;posizione zero&#8221;: </strong>non esiste una garanzia per apparire nella &#8220;posizione zero&#8221; dei risultati di ricerca. L&#8217;algoritmo di Google è in continua evoluzione e ciò che funziona oggi potrebbe non funzionare domani;</li>



<li><strong>potenziale diminuzione dei clic sul sito web:</strong> apparire nella &#8220;posizione zero&#8221; potrebbe paradossalmente ridurre i clic sul sito web. Gli utenti potrebbero trovare le informazioni di cui hanno bisogno direttamente nella risposta, senza dover visitare il sito. C’è il rischio, quindi, di incappare nelle cosiddette <a href="https://www.open-box.it/ricerche-a-zero-click/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>ricerche a zero click</strong></a>;</li>



<li><strong>competizione elevata: </strong>sempre più aziende stanno adottando strategie simili, rendendo la competizione per la &#8220;posizione zero&#8221; molto intensa. Tra l’altro, in SERP c’è un solo posto per il featured snippet, quindi conquistarlo è davvero difficile. </li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come approcciare la AEO?</strong></h2>



<p><strong>Io non sono un grande fan delle rivoluzioni annunciate a parole</strong>, non credo nelle ricette preconfezionate che funzionano sempre e comunque, e <strong>non sono nemmeno convinto che le cose siano effettivamente così diverse oggi rispetto a qualche anno fa</strong>.&nbsp;</p>



<p>Se riguardo le slide del mio <strong>Corso di Blogging del 2017</strong>, infatti, posso notare che <strong>i consigli per scrivere un contenuto informativo sono ancora validi oggi</strong>: titolo chiaro, introduzione, divisione in paragrafi, elenchi puntati, frasi brevi e concise, e così via.&nbsp;</p>



<p><strong>Quello che è cambiato è il modo in cui l’utente effettua le ricerca online</strong> e quello con il quale lo strumento utilizzato restituisce i risultati.&nbsp;</p>



<p>Il nostro compito è <strong>adeguarsi ai cambiamenti</strong>, cercando di <strong>costruire un contenuto che possa rispondere alle esigenze degli utenti in tutte le sue declinazioni</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Perché, al netto degli acronimi, quello che conta è (ad oggi) il contenuto. Il resto è solo applicazione tecnica.</strong></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cosa sono le ricerche a zero click su Google (Zero-click search)</title>
		<link>https://www.open-box.it/ricerche-a-zero-click/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Ambrosino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Oct 2024 09:21:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Content Marketing]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.open-box.it/?p=21663</guid>

					<description><![CDATA[<p>Approfondiamo insieme, e cerchiamo capire cosa sono le ricerche a zero click su Google e cosa fare a riguardo. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Secondo uno <a href="https://sparktoro.com/blog/2024-zero-click-search-study-for-every-1000-us-google-searches-only-374-clicks-go-to-the-open-web-in-the-eu-its-360/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>studio condotto da SparkToro di Rand Fishkin</strong></a>, guru della SEO, <strong>quasi il 60% delle <a href="https://www.open-box.it/generazione-z-ricerche-online/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ricerche su Google</a> si conclude senza un click</strong>, le cosiddette <strong>ricerche a zero click</strong> (o Zero-click search, in cacofonia, come direbbe Dario Fabbri).  </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://images.sparktoro.com/blog/wp-content/uploads/2024/07/2024-what-happens-after-google-search-eu-vs-us-2.png" alt="ricerche a zero click"/></figure>



<p>Cosa vuol dire? Semplificando al massimo, <strong>un sito si posiziona in SERP</strong>, magari anche nelle prime posizioni, <strong>ma gli utenti che hanno effettuato quella specifica ricerca non cliccano sul risultato</strong>, generando traffico al sito web di destinazione.&nbsp;</p>



<p>A prima vista <strong>potrebbe apparire come un problema, e sicuramente lo è</strong>, <strong>ma</strong> <strong>non va commesso l’errore di farlo diventare una tragedia</strong>. In effetti, come cercherò di spiegare in questo articolo, <strong>non tutto il male viene per nuocere</strong>.&nbsp;</p>



<p>Approfondiamo insieme, e cerchiamo capire <strong>cosa sono le ricerche a zero click su Google e cosa fare a riguardo</strong>.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cosa sono le ricerche a zero click</strong></h2>



<p>Le <strong>ricerche a zero click su Google</strong> sono quelle ricerche che <strong>non portano a un click su uno dei risultati tradizionali della SERP</strong> (Search Engine Results Page), <strong>perché l&#8217;utente trova immediatamente la risposta alla sua domanda direttamente nella pagina dei risultati</strong>, senza dover visitare un sito web.</p>



<p><strong>Questo fenomeno è favorito da funzionalità di Google come:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>featured snippets o risultati zero:</strong> box informativi che mostrano un estratto di testo che risponde alla query dell&#8217;utente;</li>



<li><strong>knowledge panel:</strong> riquadri con informazioni su persone, luoghi, aziende o concetti;</li>



<li><strong>risposte rapide: </strong>google fornisce risposte brevi per domande semplici, come calcoli matematici, previsioni meteo, orari di eventi o risultati sportivi;</li>



<li><strong>google maps: </strong>per ricerche di luoghi o attività commerciali, gli utenti possono ottenere informazioni di contatto o indicazioni senza visitare un sito.</li>
</ul>



<p>Ad esempio, <strong>se vogliamo sapere quale libro ha vinto il premio Strega nel 2024</strong>, possiamo chiederlo sotto forma di domanda a Google e <strong>ottenere una risposta diretta</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="675" src="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/10/ricerche-zero-click-esempio-1024x675.png" alt="ricerche zero click esempio" class="wp-image-21664" srcset="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/10/ricerche-zero-click-esempio-1024x675.png 1024w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/10/ricerche-zero-click-esempio-300x198.png 300w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/10/ricerche-zero-click-esempio-768x506.png 768w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/10/ricerche-zero-click-esempio.png 1456w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Se quello che ci serviva era solo l’informazione, quindi il nome del libro e l’autore, in questo caso autrice, <strong>non abbiamo bisogno di cliccare sul link</strong>, attendere che si carichi la pagina di destinazione &#8211; magari dribblando decine di pop up e banner pubblicitari &#8211; soprattutto se siamo da un device mobile.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’intelligenza artificiale ucciderà il traffico ai siti web?&nbsp;</strong></h2>



<p>Citando il compianto Antonio Lubrano, <strong>la domanda sorge spontanea, ma la risposta è: non lo so</strong>.&nbsp;</p>



<p>Sì, perché <strong>non abbiamo ancora dati sufficienti </strong>per poter dire se un futuro (molto prossimo) motore di ricerca interamente basato sull’intelligenza artificiale (vedi SearchGPT) ucciderà il traffico organico ai siti web, quindi<strong> esprimersi in merito diventa un po’ un azzardo</strong>.&nbsp;</p>



<p>Certo è che <strong>molte funzioni attualmente presenti sui <a href="https://www.open-box.it/migliori-alternative-google/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">motori di ricerca</a></strong>, Google in testa, <strong>già integrano l’IA</strong>, con l’intento di <strong>fornire risposte immediate agli utenti</strong>, <strong>senza contare le domande che poniamo ai vari assistenti vocali</strong>. </p>



<p>L’utente medio magari non ci fa caso o non ci pensa, ma <strong>quando noi chiediamo qualcosa a Siri, Google, Alexa o altri assistenti vocali, stiamo dicendo loro di andare online e cercare l’informazione di cui abbiamo bisogno</strong>, esattamente come facciamo quando effettuiamo una ricerca classica. <strong>Quello che cambia</strong> &#8211; e non è poco &#8211; <strong>sono la forma dell’input</strong>, ovvero il nostro modo di porgere la domanda, <strong>e quella dell’output</strong>, discorsiva e non più come elenco di risultati.&nbsp;</p>



<p>Insomma, <strong>un cambiamento non solo è plausibile, ma è già in corso</strong>. <strong>Da qui a parlare di “SEomidicio”, però, ce ne passa</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché le ricerche a zero click sono un problema?</strong></h2>



<p><strong>Le ricerche a zero click rappresentano un problema per diversi motivi</strong>, soprattutto per chi si occupa di SEO e gestisce siti web che puntano sul traffico organico.&nbsp;</p>



<p><strong>Quali sono questi motivi?&nbsp;</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>riduzione del traffico organico: </strong>quando Google fornisce direttamente le risposte nella pagina dei risultati (SERP), gli utenti non hanno bisogno di cliccare sui link ai siti web. Questo riduce il numero di visite ai siti, soprattutto per chi si posiziona per query informative e generiche;</li>



<li><strong>diminuzione delle opportunità di conversione:</strong> meno click sui risultati della SERP significa meno opportunità per i siti di interagire con gli utenti, offrire prodotti, servizi o pubblicità. Il traffico organico è spesso uno dei canali principali di acquisizione di lead o clienti per molti business online;</li>



<li><strong>maggiore dipendenza da Google:</strong> Google sta diventando sempre più un intermediario che fornisce risposte direttamente, riducendo la visibilità dei contenuti provenienti da altri siti. Questo può far sembrare che Google stia trattenendo gli utenti nel suo ecosistema, a discapito dei creatori di contenuti;</li>



<li><strong>minor controllo sull&#8217;esperienza utente: </strong>quando un utente accede direttamente alle informazioni nella SERP, il sito web non ha la possibilità di fornire un’esperienza personalizzata o di costruire una relazione con il visitatore. Si perde quindi la possibilità di guidare il percorso dell&#8217;utente all&#8217;interno del sito, favorendo interazioni o azioni desiderate;</li>



<li><strong>competizione più alta per le posizioni privilegiate:</strong> ottenere uno spazio nei &#8220;featured snippets&#8221; o nelle risposte rapide è diventato molto competitivo. Se non si riesce a ottenere queste posizioni privilegiate, si rischia di non essere visti, anche se si è nella prima pagina dei risultati.</li>
</ul>



<p>In generale, le ricerche a zero click creano uno scenario in cui<strong> i contenuti di valore prodotti dai siti vengono utilizzati da Google per rispondere direttamente agli utenti</strong>, limitando la visibilità e le possibilità di monetizzazione per i creatori di contenuti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Possono trasformarsi in un&#8217;opportunità?</strong></h2>



<p>Come ho accennato nell’introduzione, le ricerche a zero click sono senza dubbio un problema, ma <strong>possono rappresentare un&#8217;opportunità per chi sa sfruttare al meglio queste dinamiche</strong>.&nbsp;</p>



<p>Vediamo, allora, <strong>come trasformarle in un vantaggio:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>ottimizzazione per i featured snippet:</strong> invece di vederli come una minaccia, i featured snippet possono diventare una risorsa per attirare visibilità. Ottenere un featured snippet può posizionare il tuo sito come autorità in una determinata nicchia, aumentando la brand awareness. Inoltre, se l&#8217;informazione fornita è intrigante o non esaustiva, l&#8217;utente potrebbe essere spinto a cliccare per saperne di più;</li>



<li><strong>focalizzazione su query più complesse: </strong>le ricerche a zero click tendono a risolvere domande semplici e dirette. Sviluppare contenuti che rispondano a domande complesse o che necessitano di approfondimento, come guide dettagliate, casi di studio o contenuti che implicano un ragionamento o un&#8217;analisi, aumenta la probabilità che gli utenti visitino il sito per ottenere informazioni più esaustive;</li>



<li><strong>brand awareness e trust: </strong>anche se un click non avviene, essere presenti con un featured snippet o in un Knowledge Panel può comunque rafforzare la presenza del marchio. Gli utenti potrebbero non cliccare immediatamente, ma riconoscere il brand e ricordarlo per future ricerche o interazioni;</li>



<li><strong>utilizzo di dati strutturati (Schema Markup): </strong>implementare dati strutturati aiuta Google a comprendere meglio i tuoi contenuti e a presentarli in modo ottimale nei rich snippets. Questo non solo aumenta la probabilità di apparire in posizioni privilegiate, ma migliora anche la visibilità del brand;</li>



<li><strong>ottimizzazione per la ricerca vocale:</strong> l’ho scritto prima, molte zero-click search derivano da ricerche vocali. Ottimizzare i contenuti per le query vocali, spesso più lunghe e conversazionali, può permettere di cogliere nuove opportunità, visto che le risposte vocali tendono a fornire una fonte citata, aumentando la probabilità che l&#8217;utente interagisca con il tuo sito in futuro;</li>



<li><strong>creazione di contenuti di nicchia:</strong> le ricerche a zero click rispondono soprattutto a query generiche. Concentrarsi su contenuti di nicchia o iper-specializzati può generare meno concorrenza diretta da Google e attrarre traffico qualificato che ha bisogno di approfondimenti specifici.</li>
</ul>



<p><strong>Trasformare le ricerche a zero click su Google in opportunità</strong> richiede un cambiamento di approccio, ma con una strategia ben calibrata, è possibile trarne vantaggio.</p>
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		<item>
		<title>In cosa consiste la content syndication</title>
		<link>https://www.open-box.it/content-syndication/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Ambrosino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Sep 2024 15:17:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Content Marketing]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.open-box.it/?p=21571</guid>

					<description><![CDATA[<p>Approfondiamo insieme e cerchiamo di capire meglio cos’è e in cosa consiste la content syndication e come gestirla in modo corretto. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In un precedente articolo abbiamo parlato dell’<a href="https://www.open-box.it/digital-pr-seo-off-page/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>importanza delle Digital PR e del loro stretto legame con la SEO Off Page</strong></a>, e più precisamente con la link building, utili sia per migliorare il ranking del proprio sito sui motori di ricerca sia per aumentare la notorietà del brand. </p>



<p>In questa stessa categoria, seppur con alcune differenze, si inserisce anche un’altra strategia (o forse dovremmo dire “tattica”), la cosiddetta <strong>content syndication</strong>.&nbsp;</p>



<p>Cos’è? Come vedremo più nel dettaglio nel corso dell’articolo, consiste nella <strong>pubblicazione di un medesimo contenuto su più siti web</strong>.&nbsp;</p>



<p>Approfondiamo insieme e cerchiamo di capire meglio <strong>cos’è e in cosa consiste la content syndication</strong> e come gestirla in modo corretto.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cos’è la content syndication?</strong></h2>



<p>La <strong>content syndication</strong> è una tecnica di <strong>distribuzione dei contenuti in cui un&#8217;azienda o un sito web permette a terzi di pubblicare o ripubblicare i propri contenuti su altre piattaforme</strong>, ma molto più spesso è organizzata in modo diretto proprio da chi ha prodotto il contenuto.</p>



<p>Cosa vuol dire? Che <strong>si prende il contenuto realizzato e pubblicato sul proprio sito web</strong> &#8211; solitamente un articolo testuale ma non necessariamente &#8211; <strong>e lo si ripubblica su altri siti, blog o piattaforme di social blogging, senza alcuna modifica all’originale (questo è importante!)</strong>.&nbsp;</p>



<p>Questo metodo consente di <strong>ampliare la portata dei contenuti originali</strong>, raggiungendo un pubblico più vasto rispetto a quello del sito dell’azienda.</p>



<p><strong>Perché fare una cosa del genere? Per quale motivo si dovrebbe distribuire un contenuto su più siti web?</strong> Beh, essenzialmente per le seguenti ragioni:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>aumento della visibilità:</strong> i contenuti vengono esposti a un pubblico più ampio attraverso siti partner o aggregatori;</li>



<li><strong>generazione di traffico:</strong> i link nei contenuti sindacati possono reindirizzare i lettori al sito originale;</li>



<li><strong>SEO: </strong>se ben implementata, la syndication può contribuire a migliorare il <strong><a href="https://www.open-box.it/indicizzazione-posizionamento-google/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">posizionamento nei motori di ricerca</a></strong>, specialmente grazie ai backlink dai siti che pubblicano i contenuti.</li>
</ul>



<p>La content syndication <strong>può avvenire in diverse forme, come articoli di blog, whitepaper, video o infografiche</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come avviene la pubblicazione del contenuto?</strong></h2>



<p>Abbiamo detto che la <strong>content syndication </strong>prevede la pubblicazione di un singolo contenuto su più siti web e piattaforme, ma<strong> in che modo avviene?</strong></p>



<p>Esistono essenzialmente <strong>due tecniche, entrambe valide:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>pubblicazione dell’intero contenuto</strong>, senza alcuna modifica o taglio, con la dicitura ben visibile “Articolo originariamente pubblicato su [Nome Sito]”;</li>



<li><strong>pubblicazione di un estratto del contenuto</strong>, con l’invito al lettore di continuare la lettura sul sito originale, tramite una semplice CTA. </li>
</ul>



<p><strong>La scelta tra le due soluzioni è dettata da diversi fattori</strong>, ma soprattutto dagli accordi presi con il sito terzo e gli obiettivi prefissati. Se, ad esempio, si vuole <strong>sfruttare la forza di un partner per portare traffico al proprio sito</strong>, allora forse <strong>conviene la seconda opzione</strong>. Se, invece, si punta di più sulla <strong>visibilità</strong> e sul <strong>valore aggiunto che deriva dalla presenza del proprio contenuto</strong>, e del nome dell’autore o dell’azienda, <strong>su un sito molto autorevole</strong>, <strong>allora forse è meglio puntare sulla prima soluzione</strong>.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Non confondere la content syndication con il guest blogging</strong></h2>



<p>La <strong>content syndication</strong> e il <strong>guest blogging</strong> sono due strategie di marketing dei contenuti con<strong> obiettivi simili</strong>, <strong>ma funzionano in modo diverso</strong>.</p>



<p>Come spiegato, <strong>la Syndication consiste nel ripubblicare contenuti già esistenti (articoli, video, infografiche) su altri siti o piattaforme</strong>. Il contenuto originale è creato dall&#8217;azienda e distribuito in altre sedi, spesso replicato <strong>esattamente come è o con leggere modifiche</strong>.</p>



<p>Un<strong> guest post</strong>, invece, è per sua natura (o dovrebbe essere) un <strong>contenuto completamente nuovo</strong>, scritto ad hoc per essere ospitato &#8211; ecco spiegato il nome &#8211; su un sito terzo.</p>



<p><strong>Entrambi possono essere positivi per la SEO</strong> se gestiti bene, grazie ai backlink acquisiti dai siti partner, ma <strong>nel caso della content syndication può anche portare a problemi di duplicazione</strong> se i motori di ricerca non distinguono correttamente tra l&#8217;originale e le versioni sindacate.</p>



<p>Approfondiamo questo aspetto.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La content syndication e la duplicazione dei contenuti</strong></h2>



<p>La <strong>content syndication può comportare potenziali problemi di duplicazione dei contenuti agli occhi di <a href="https://www.open-box.it/tiktok-gen-z/" target="_blank">Google</a></strong>, il che può <strong>influenzare negativamente il posizionamento nei risultati di ricerca</strong>.</p>



<p>Com’è noto, Google non è un grande fan dei contenuti duplicati, perché cerca di fornire agli utenti risultati univoci e rilevanti. Quando lo stesso contenuto appare su più siti, <strong><a href="https://www.open-box.it/migliori-alternative-google/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Google</a> potrebbe non sapere quale sia l&#8217;originale o quale debba essere privilegiato nei risultati di ricerca</strong>. </p>



<p>Di conseguenza, <strong>il contenuto sindacato potrebbe:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>non essere indicizzato correttamente;</li>



<li>portare a un abbassamento del posizionamento per il sito che ha originariamente creato il contenuto;</li>



<li>diventare invisibile nei risultati di ricerca, se <a href="https://www.open-box.it/penalizzazioni-google-cosa-sono/" target="_blank"><strong>Google</strong></a> decide di dare priorità a una delle versioni ripubblicate.</li>
</ul>



<p>Per<strong> evitare tali problemi</strong>, si possono adottare diverse strategie:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>utilizzare il <a href="https://www.open-box.it/canonical-tag/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tag &#8220;canonical&#8221;</a>: </strong>il sito che ripubblica il contenuto dovrebbe includere un tag &#8220;canonical&#8221; che punta all&#8217;URL del sito originale. Questo segnala a Google che la versione originale si trova sul sito indicato e che le altre sono solo repliche;</li>



<li><strong>link di attribuzione: </strong>il sito che ripubblica i contenuti può includere link chiari che puntano all&#8217;articolo originale, in genere con la dicitura “Articolo pubblicato originariamente su” o “Ripubblicato su autorizzazione di”, aumentando la trasparenza e aiutando Google a riconoscere la fonte primaria;</li>



<li><strong>pubblicazione ritardata: </strong>puoi attendere un certo periodo prima di concedere la sindacazione di un contenuto. Questo dà tempo a Google di indicizzare e associare il contenuto originale al tuo sito prima che venga ripubblicato altrove;</li>



<li><strong>versioni modificate del contenuto: </strong>una pratica comune nella content syndication è pubblicare versioni leggermente modificate o ridotte dei contenuti originali. Questo riduce la probabilità di duplicazione diretta;</li>



<li><strong>noindex per i siti sindacati: </strong>i siti che ripubblicano il contenuto possono aggiungere il tag &#8220;noindex&#8221; per escludere quella pagina dai risultati di ricerca, evitando che il contenuto duplicato venga indicizzato. </li>
</ul>



<p>Seguendo queste buone pratiche, è possibile <strong>minimizzare i rischi di duplicazione</strong> e garantire che la content syndication non danneggi il <strong><a href="https://www.open-box.it/contenuti-chatgpt-posizionamento-google/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">posizionamento SEO</a></strong> del sito originale.</p>
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		<title>Content Curation: selezionare i migliori contenuti per il tuo pubblico</title>
		<link>https://www.open-box.it/content-curation/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Ambrosino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Aug 2024 14:25:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Content Marketing]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.open-box.it/?p=21469</guid>

					<description><![CDATA[<p>Cerchiamo di capire in cosa consiste la content curation, come può essere fatta e quali sono gli strumenti da adoperare a tale scopo. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel contesto del marketing digitale, <strong>la content curation gioca un ruolo cruciale</strong>, seppur meno evidente rispetto, ad esempio, alla produzione di contenuti originali.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>In effetti, con l&#8217;enorme quantità di informazioni disponibili online, <strong>distinguere tra contenuti utili e superflui è diventato essenziale, e la content curation, se fatta bene, permette di risparmiare tempo e risorse</strong>, offrendo al contempo valore aggiunto agli utenti che ne usufruiscono.</p>



<p>Si tratta, tutto sommato, di un <strong>servizio di filtraggio e contestualizzazione delle informazioni,</strong> declinabile in moltissimi modi differenti.&nbsp;</p>



<p>Approfondiamo insieme, e <strong>cerchiamo di capire in cosa consiste la content curation</strong>, come può essere fatta e quali sono gli strumenti da adoperare a tale scopo.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cos’è la content curation</strong></h2>



<p>La<strong> content curation</strong> è “l&#8217;arte” di <strong>selezionare, organizzare e condividere i migliori contenuti </strong>disponibili su un determinato argomento.&nbsp;</p>



<p>A differenza della content creation, che implica la produzione di nuovi contenuti originali, la content curation si concentra sulla scoperta e sulla presentazione di <strong>contenuti già esistenti, ma rilevanti e di alta qualità</strong>, presentati in un modo specifico e rivolti ad un target ben definito.&nbsp;</p>



<p>I<strong> componenti essenziali della content curation</strong> sono i seguenti:&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>ricerca: </strong>trovare contenuti rilevanti e di qualità attraverso diverse fonti come blog, siti web, social media, newsletter e altre piattaforme online;</li>



<li><strong>selezione: </strong>filtrare e scegliere i contenuti che sono più pertinenti, autorevoli e interessanti per il proprio pubblico;</li>



<li><strong>organizzazione: </strong>strutturare e categorizzare i contenuti in modo coerente e facilmente accessibile.</li>



<li><strong>condivisione: </strong>distribuire i contenuti selezionati attraverso vari canali, come social media, email, blog e piattaforme di <a href="https://www.open-box.it/content-marketing-drumeo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">content marketing</a>, con una eventuale riflessione o con un commento personale.</li>
</ul>



<p>Insomma, <strong>non si tratta solo di inviare ai propri utenti un contenuto trovato online e ritenuto interessante</strong>, ma di un processo complesso, strutturato su più livelli, al termine del quale le due parti coinvolte avranno goduto dei benefici che ne derivano.&nbsp;</p>



<p>Quali <strong>benefici</strong>? Principalmente, i seguenti:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>gestione dell&#8217;overload informativo:</strong> con la quantità enorme di contenuti che vengono prodotti e condivisi ogni giorno, è facile per il pubblico sentirsi sopraffatto. La content curation aiuta a filtrare il rumore e a presentare solo i contenuti più utili e interessanti;</li>



<li><strong>coinvolgimento del pubblico: </strong>condividere contenuti pertinenti e di qualità aumenta l&#8217;engagement, stimolando commenti, condivisioni e discussioni tra i follower;</li>



<li><strong>aumento della credibilità: </strong>offrendo contenuti selezionati con cura, un brand può consolidare la sua reputazione come fonte affidabile e autorevole nel suo settore.</li>



<li><strong>risparmio di tempo: </strong>automatizzare la raccolta e la distribuzione di contenuti permette ai professionisti del marketing di concentrarsi su altre attività strategiche, migliorando l&#8217;efficienza complessiva della loro operazione di marketing.</li>
</ul>



<p>Insomma, la content curation non solo aiuta a <strong>mantenere una presenza digitale attiva e rilevante</strong>, ma contribuisce anche a <strong>costruire una relazione più solida e duratura con il proprio pubblico</strong>, posizionando il brand come una risorsa di fiducia e valore.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come selezionare i contenuti giusti?</strong></h2>



<p>Come spiegato, la content curation non consiste nell’invio di contenuti ai propri utenti, ma nel <strong>selezionare quelli giusti, dopo una attenta valutazione</strong>.&nbsp;</p>



<p>Vediamo, allora, <strong>come identificare, valutare e organizzare i contenuti </strong>più pertinenti per il tuo pubblico.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>1. Identificare le fonti affidabili</strong></h3>



<p>La qualità della content curation dipende fortemente dalle <strong>fonti da cui attingi i contenuti</strong>.&nbsp;</p>



<p>Ecco alcuni criteri per selezionare quelle più autorevoli:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>reputazione e affidabilità: </strong>opta per fonti con una comprovata reputazione nel settore. Siti web di notizie, blog specializzati e riviste accademiche sono generalmente buone fonti;</li>



<li><strong>rilevanza e attualità:</strong> assicurati che le fonti siano attuali e pertinenti. Contenuti recenti e aggiornati sono più utili e interessanti per il pubblico;</li>



<li><strong>diversità e varietà:</strong> includi una gamma diversificata di fonti per offrire una prospettiva equilibrata. Questo può includere blog, podcast, video, white papers e articoli di settore.</li>
</ul>



<p>In questo processo <strong>può esserti utile uno strumento come </strong><a href="https://feedly.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Feedly</strong></a>, un aggregatore di feed RSS che ti permette di seguire le fonti preferite e ricevere aggiornamenti in tempo reale, ma anche il mio preferito, <a href="https://flipboard.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Flipboard</strong></a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>2. Analisi del pubblico e delle preferenze</strong></h2>



<p><strong>Conoscere il proprio pubblico </strong>è essenziale per selezionare contenuti che possano apprezzare e trovare utili.&nbsp;</p>



<p>Ecco come fare:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>definisci il profilo del tuo pubblico:</strong> considera età, interessi, professione e bisogni. Utilizza strumenti di analisi come Google Analytics, social media insights e sondaggi per raccogliere dati demografici e comportamentali;</li>



<li><strong>monitoraggio delle tendenze: </strong>usa strumenti come Google Trends, i già menzionati Feedly e Flipboard, così come le varie piattaforme social, per monitorare le tendenze emergenti e capire cosa interessa il tuo pubblico;</li>



<li><strong>domande chiave: </strong>per centrare l’obiettivo, è fondamentale porsi delle domande essenziali, come ad esempio “Quali sono i temi di interesse per il mio pubblico?”, “Che tipo di contenuti (articoli, video, infografiche) preferiscono?”, “Qual è il loro livello di conoscenza sul tema trattato?”.</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>3. Filtrare e curare i contenuti</strong></h2>



<p>Una volta identificate le fonti e comprese le preferenze del pubblico, è il momento di <strong>filtrare e curare i contenuti</strong>, perché fare content curation non vuol dire mettere tutto nel calderone, ma selezionare.&nbsp;</p>



<p>Per farlo, puoi utilizzare degli <strong>strumenti che ti consentono di salvare ed archiviare i contenuti</strong>, per poi valutare quali condividere con gli utenti. Uno molto comodo è <a href="https://getpocket.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Pocket</strong></a>, soprattutto per chi utilizza Mozilla come browser. </p>



<p>Questo tool consente, appunto, di <strong>salvare e organizzare i contenuti per leggerli e valutarli in un secondo momento</strong>, e mantenere una lista ordinata e aggiornata dei contenuti migliori, categorizzati per argomento e interesse.&nbsp;</p>



<p>A questo punto, dovrai:&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>verificare la fonte:</strong> controlla la fonte e l&#8217;autore del contenuto per garantire la sua affidabilità;</li>



<li><strong>controllare la qualità: </strong>assicurati che i contenuti siano ben scritti, informativi e privi di errori;</li>



<li><strong>aggiornare regolarmente la lista:</strong> rivedi e aggiorna la tua lista di contenuti regolarmente per mantenere la rilevanza e la freschezza.</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come creare il tuo progetto di content curation</strong></h2>



<p>Abbiamo visto in cosa consiste la content curation e quali sono i passaggi essenziali per <strong>selezionare e filtrare i contenuti</strong> potenzialmente interessanti e utili per il proprio target di riferimento, ma una volta completata questa fase, <strong>come si fa a condividerli con gli utenti?&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Le possibilità sono davvero tantissime</strong>. Vediamo quelle che puoi implementare da subito, senza dover attivare servizi premium (da valutare, magari, in un secondo momento).</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Collezione su Pocket:</strong> su Pocket, il tool menzionato prima, è possibile creare delle “Collezioni”, ovvero uno spazio al cui interno inserire i contenuti selezionati per condividerli con il pubblico. Ogni collezione ha un link univoco, facilmente raggiungibile da tutti;</li>



<li><strong>Rivista su Flipboard: </strong>questo stupendo strumento offre la possibilità di creare delle “Riviste”, dove inserire i contenuti filtrati. Volendo, è possibile anche invitare dei collaboratori, per un lavoro di team davvero semplice ed efficace;</li>



<li><strong>Canale Telegram</strong>: è forse lo strumento più performante per questo tipo di progetto, perché è semplice da usare e offre molte funzioni utili, ma non tutti utilizzano questa app di messaggistica. In alcune nicchie, però, rappresenta l’optimum (es. sconti, coupon e offerte su e-commerce);</li>



<li><strong>Canale WhatsApp</strong>: non ha le potenzialità di Telegram, ma ha il pregio di essere uno strumento ospitato dall’app più utilizzata da un pubblico trasversale;</li>



<li><strong>Gruppi Facebook: </strong>non hanno più il ruolo di un tempo, ma in alcune nicchie continuano ad essere molto frequentati e attivi. Quindi, si può valutare di creare un gruppo dedicato proprio alla condivisione di contenuti utili per gli utenti. Onde evitare “rumore di fondo” ed elementi di disturbo, però, si consiglia di impedire la pubblicazione di post da parte degli utenti;</li>



<li><strong>Newsletter: </strong>organizzando i contenuti per tema, con un invio programmato su base settimanale, o comunque periodico, l’email potrebbe essere ancora oggi uno strumento efficace di content curation, soprattutto se ci si rivolge ad un target business. </li>
</ul>



<p>Ovviamente, <strong>questi sono solo alcuni degli strumenti che puoi utilizzare per creare il tuo progetto di content curation</strong>, ne esistono molti altri, premium, con funzionalità più o meno evolute. A te la scelta.&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Come gestire correttamente gli errori 404</title>
		<link>https://www.open-box.it/gestire-errori-404/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Ambrosino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jul 2024 10:03:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Content Marketing]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.open-box.it/?p=21448</guid>

					<description><![CDATA[<p>Vediamo come gestire correttamente gli errori 404 per offrire un’esperienza adeguata agli utenti e favorire il posizionamento del sito.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Gli <strong>errori 404</strong> sono una costante per ogni gestore di siti web, e <strong>rappresentano una doppia criticità, sia lato utente sia lato motore di ricerca</strong>.&nbsp;</p>



<p>Sia chiaro, <strong>avere qualche 404</strong>, magari generato per un errore risolvibile, <strong>non è un dramma</strong>, non si rischia nulla, <strong>ma quando iniziano a essere tanti allora può davvero compromettere il tuo lavoro</strong>. </p>



<p>D’altronde, <a href="https://support.google.com/webmasters/answer/2445990?hl=it" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>ce lo dice Google stesso</strong></a>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Stabilisci se vale la pena correggerli. Molti (o forse la maggior parte) degli errori 404 perché non influiscono negativamente sull&#8217;indicizzazione o sul ranking del tuo sito.”</p>
</blockquote>



<p><strong>Prima del ranking del sito, però, vengono gli utenti</strong>, e non è proprio carino farli atterrare su una pagina 404 quando in realtà stavano cercando un contenuto specifico.&nbsp;</p>



<p>Quindi, vediamo insieme <strong>come affrontare e gestire correttamente gli errori 404 </strong>per offrire un’esperienza adeguata agli utenti e favorire il <a href="https://www.open-box.it/indicizzazione-posizionamento-google/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">posizionamento del sito</a>. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cos’è un errore 404?</strong></h2>



<p>Prima di vedere come gestirlo correttamente, è utile spiegare cos’è; un <strong>errore 404 </strong>è un <strong>codice di risposta HTTP </strong>che indica che <strong>il server non è in grado di trovare la risorsa richiesta</strong>.&nbsp;</p>



<p>In altre parole, <strong>quando un utente tenta di accedere a una pagina web che non esiste o è stata rimossa, il server restituisce un errore 404</strong>, informando l’utente stesso del fatto che <strong>quel contenuto non è stato trovato</strong>.&nbsp;</p>



<p>Questo <strong>è uno degli errori più comuni </strong>che si incontrano durante la navigazione su Internet, ma <strong>può essere gestito </strong>in modo tale da <strong>minimizzare l&#8217;impatto sull&#8217;utente e mantenere un&#8217;esperienza di navigazione positiva</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Quali sono le cause principali di un 404?</strong></h2>



<p><strong>Gli errori 404 possono essere generati da diverse cause</strong>, alcune frutto di azioni dirette da parte del gestore del sito o dell’utente, altre invece legate a problemi tecnici.&nbsp;</p>



<p><strong>Le cause più comuni sono le seguenti:&nbsp;</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>URL errato:</strong> l&#8217;utente potrebbe aver digitato un URL sbagliato o cliccato su un link che contiene un errore tipografico;</li>



<li><strong>pagina rimossa:</strong> la pagina o il file potrebbe essere stato rimosso o spostato senza aggiornare i link che puntano a quella risorsa;</li>



<li><strong>link obsoleti: </strong>Il sito web potrebbe aver subito una riorganizzazione della struttura e i vecchi link non sono più validi;</li>



<li><strong>errore del server: </strong>il server potrebbe non essere configurato correttamente o potrebbe esserci un problema con la configurazione dei permessi.</li>
</ul>



<p>Come accennato all’inizio, però, <strong>non sempre questi errori 404 sono da correggere con urgenza</strong>, perché compromettono il processo di indicizzazione e posizionamento del sito.</p>



<p>Detto ciò,<strong> l&#8217;errore 404 può essere frustrante per gli utenti</strong>, poiché impedisce loro di accedere ai contenuti desiderati, <strong>quindi è sempre una buona pratica andare a gestirli in modo adeguato</strong>.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Quando correggere gli errori 404</strong></h2>



<p>Se il nostro sito presenta degli errori 404, <strong>il primo step è consultare Google Search Console</strong>, cliccando sulla voce menù a sinistra<em> </em>“Pagina”, scendere giù e cliccare sul “Non Trovata (404)”. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="554" src="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-google-search-console--1024x554.png" alt="errori 404 google search console" class="wp-image-21453" srcset="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-google-search-console--1024x554.png 1024w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-google-search-console--300x162.png 300w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-google-search-console--768x415.png 768w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-google-search-console--1536x831.png 1536w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-google-search-console--2048x1108.png 2048w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-google-search-console--1920x1039.png 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Qui troverai<strong> l’elenco di tutte le url che restituiscono un errore 404</strong>, per <strong>valutare se e come procedere</strong>.&nbsp;</p>



<p>In effetti, è necessario <strong>fare una distinzione tra gli errori collegati a un contenuto ancora esistente</strong>, al quale magare è stato modificato il permalink, <strong>quelli frutto della rimozione di una pagina o contenuto</strong>, e <strong>quelli generati dal server, da plugin o da cause terze</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>In alcuni casi, non è necessario intervenire</strong>, perché non hanno un reale impatto sul sito; magari sono url generate per errori tecnici, slegate però da effettive ricerche da parte dell’utente, di conseguenza <strong>nessuno si troverà mai ad interagire con queste pagine</strong>. </p>



<p>Ancora una volta, <strong>è utile citare Google:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Se si tratta di un URL che non è mai esistito sul tuo sito, probabilmente non è un problema di cui devi occuparti. Potrebbe darti fastidio vederlo nel report, ma non è necessario correggerlo, a meno che l&#8217;URL sia un link che viene spesso scritto in modo sbagliato. Gli errori 404 dovrebbero scomparire dal report dopo circa un mese.”</p>
</blockquote>



<p><strong>In altri casi, invece, è buona norma correggere gli errori 404:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>se l’errore 404 è stato generato da un plugin</strong>, si può provare a modificare delle impostazioni specifiche oppure, qualora non si trovasse la causa diretta, a disattivarlo e sostituirlo con un altro;</li>



<li><strong>se l&#8217;URL è stato digitato in modo errato</strong>, oppure si tratta di varianti ortografiche, allora è necessario <strong>verificare quanto spesso questo avviene e valutare se correggerlo</strong>, magari con un Redirect, <strong>o ignorarlo</strong>;</li>



<li>se l’errore 404 è frutto di un<strong> cambio di permalink</strong>, della <strong>rimozione di un contenuto</strong> o di una <strong>sua modifica</strong>, ma <strong>la pagina di destinazione è ancora esistente</strong>, seppur raggiungibile con un altro percorso, <strong>allora è buona norma effettuare un Redirect 301</strong>. </li>
</ul>



<p>Vediamo, ora, <strong>come correggere gli errori 404 utilizzando lo strumento del reindirizzamento</strong>.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Redirect 301</strong></h2>



<p>Un<strong> redirect 301</strong>, o reindirizzamento 301, è un tipo di risposta HTTP utilizzata per<strong> indirizzare permanentemente il traffico da un URL a un altro</strong>. In termini tecnici, il codice di stato 301 significa &#8220;Moved Permanently&#8221; (Spostato Permanentemente). </p>



<p>Questo tipo di reindirizzamento è comunemente usato per <strong>segnalare ai browser e ai motori di ricerca che una pagina o una risorsa è stata spostata definitivamente a un nuovo indirizzo</strong>.</p>



<p><strong>Come si fa un redirect 301? Il modo migliore è modificare il file .htaccess </strong>presente sul server del proprio sito, ma <strong>si tratta di una modalità più complessa</strong>, che <strong>consigliamo di lasciare ai web developer professionisti</strong>.&nbsp;</p>



<p>Se il sito è realizzato con WordPress, <strong>una soluzione più rapida e semplice</strong>, ma comunque efficace, consiste nell’impiego di un <strong>plugin come </strong><a href="https://wordpress.org/plugins/redirection/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Redirection</strong></a>, facilissimo da usare. </p>



<p>Come si usa? È semplicissimo. Non devi fare altro che <strong>prendere la url che restituisce l’errore 404 e inserirla nell’apposito campo</strong>. A questo punto, devi <strong>inserire la url di destinazione nell’altro campo</strong>, cliccare su “Aggiungi una redirezione” ed è fatta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="194" src="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-redirect-301-1024x194.png" alt="errori 404 redirect 301" class="wp-image-21457" srcset="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-redirect-301-1024x194.png 1024w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-redirect-301-300x57.png 300w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-redirect-301-768x146.png 768w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-redirect-301-1536x292.png 1536w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-redirect-301-2048x389.png 2048w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-redirect-301-1920x364.png 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Tra l’altro, <strong>questo plugin tiene anche traccia dei 404</strong>, oltre ad offrire un <strong>servizio di automazione</strong>, semplicemente attivando il <a href="https://redirection.me/support/options/#monitor" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>monitoraggio delle pagine che ti interessano</strong></a> (articoli, pagine, ecc…). In questo modo, <strong>ogni volta che farai una modifica alla url della pagina, il plugin eseguirà un redirect automatico</strong>.   </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>404 e Broken Link esterni</strong></h2>



<p>Finora abbiamo parlato degli errori 404 interni al proprio sito, ovvero tutte quelle pagine che non restituiscono più nessun contenuto, ma non è tutto. <strong>Dobbiamo parlare anche dei cosiddetti “Broken Link”</strong>, in italiano “link rotti”. </p>



<p>I broken link sono <strong>collegamenti ipertestuali che</strong>, quando cliccati, <strong>portano a una pagina web che non è più disponibile o che restituisce un errore</strong>, tipicamente un errore 404 (&#8220;Pagina Non Trovata&#8221;). Questi link <strong>possono essere interni</strong>, puntando a risorse all&#8217;interno dello stesso sito web (in questi casi basta fare un redirect), <strong>o esterni</strong>, puntando a risorse su altri siti web.</p>



<p><strong>Ogni sito</strong>, soprattutto nelle pagine dinamiche come gli articoli di un blog, <strong>contiene link esterni</strong>, che puntano ad altri siti web, che nel tempo <strong>potrebbero non essere più disponibili</strong>. Anche in questo caso, però, <strong>l’utente vive un’esperienza interrotta</strong>, perché magari voleva consultare anche quella fonte che tu hai linkato e citato nel tuo articolo, ma si è trovato davanti una pagina 404.&nbsp;</p>



<p>Ovviamente, <strong>è un sito terzo, sul quale non hai potere gestionale</strong>, quindi non puoi andare a fare un redirect o altre operazioni, <strong>ma puoi comunque provare a risolvere il problema al tuo utente</strong>.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Come? <strong>Tenendo traccia dei broken link sul suo sito</strong>. Esistono strumenti dedicati, come il plugin <a href="https://linkwhisper.com/ref/1221/?gad_source=1&amp;gclid=Cj0KCQjws560BhCuARIsAHMqE0HdxEzbqn_8f7Tgv4ORClsVUPrdDJ_Ppa_vSx3a8EHhcfs4rXuIUxwaAvm5EALw_wcB" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Link Whisper</strong></a> ad esempio (lo consiglio vivamente!), che consente di <strong>eseguire una scansione del sito e ottenere un report di tutti i link rotti</strong>. Nella versione pro, possono poi essere corretti direttamente nella schermata del report, mentre in quella free è necessario entrare nei singoli contenuti e fare la modifica.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="181" src="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-broken-link-1024x181.png" alt="errori 404 broken link" class="wp-image-21455" srcset="https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-broken-link-1024x181.png 1024w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-broken-link-300x53.png 300w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-broken-link-768x136.png 768w, https://www.open-box.it/wp-content/uploads/2024/07/404-broken-link.png 1402w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Cosa puoi fare, quando trovi un link rotto</strong> <strong>che punta a una risorsa esterna? </strong>Puoi <strong>verificare se quel contenuto esiste ancora</strong>, magari raggiungibile con un pattern diverso, <strong>oppure no</strong>. Nel primo caso, basta <strong>sostituire la vecchia url con la nuova</strong>. Nel secondo, invece, puoi <strong>modificare il testo dell’articolo e, laddove possibile, citare un’altra fonte simile</strong>.&nbsp;</p>



<p>In alternativa, puoi usare <a href="https://www.brokenlinkcheck.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Broken Link Checker</strong></a> o <a href="https://www.screamingfrog.co.uk/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>ScreamingFrog</strong></a>.<a href="https://www.screamingfrog.co.uk/" target="_blank"><strong> </strong></a></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni</strong></h2>



<p><strong>Un errore 404 non è la fine del mondo</strong>, e chi gestisce un sito web può essere certo che ne troverà sempre qualcuno nel report di Search Console, <strong>ma quando iniziano a essere molti e a incidere su parametri vitali </strong>come traffico generato, tempo di permanenza, coinvolgimento dell’utente, indicizzazione dei contenuti e posizionamento organico, <strong>allora forse è il caso di gestirli</strong>.</p>



<p>Il consiglio è quello di <strong>fare un controllo periodico e intervenire tempestivamente</strong>, onde evitare di trascinare il problema per mesi e trovarsi di fronte una valanga invece di una palla di neve.&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Scrivere nuovi contenuti ha ancora senso?</title>
		<link>https://www.open-box.it/scrivere-nuovi-contenuti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Ambrosino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jun 2024 16:04:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Content Marketing]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.open-box.it/?p=21428</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dopo anni di attività di blogging, ha ancora senso scrivere nuovi contenuti? Proviamo a rispondere a questa domanda.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Dopo anni di attività di blogging </strong>per un progetto aziendale, personale o professionale, <strong>sorge spontanea una domanda: ma ha ancora senso scrivere nuovi contenuti?&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>In effetti, <strong>produrre sempre nuovi contenuti presuppone un investimento importante</strong>, sia in termini economici che di risorse umane, e dopo centinaia di articoli si potrebbe anche <strong>valutare una sospensione delle attività, magari temporanea, per dedicarsi ad altro</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Ma questo approccio è utile o potrebbe rivelarsi controproducente?&nbsp;</strong></p>



<p>Rispondere a questa domanda non è facile, perché <strong>le variabili in gioco da considerare sono molteplici.&nbsp;</strong></p>



<p>Proviamo ad analizzarle insieme.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché stiamo producendo i contenuti?&nbsp;</strong></h2>



<p>La prima cosa da chiarire è la <strong>ragione per la quale si è deciso di produrre i contenuti</strong> fino a questo momento.&nbsp;</p>



<p>È molto importante comprendere questo aspetto, perché <strong>alcune motivazioni potrebbero rendere più difficile interrompere l’eventuale scrittura di nuovi articoli</strong>, mentre altre potrebbero creare meno disagi.&nbsp;</p>



<p>Ad esempio, <strong>se l’articolo del blog prodotto è collegato ad una newsletter </strong>alla quale gli utenti si sono iscritti con la promessa di ricevere un certo numero di contenuti alla settimana (o al mese), <strong>fermarsi per un determinato periodo di tempo vorrebbe dire modificare anche la propria strategia di invio delle email</strong>, con il rischio di <strong>perdere o compromettere la fidelizzazione</strong> acquisita.&nbsp;</p>



<p>Ancora,<strong> se il blog o magazine ha una finalità di monetizzazione diretta</strong>, tramite adsense, affiliazioni o vendita di spazi commerciali, l’interruzione nella produzione di nuovi contenuti potrebbe tradursi in un <strong>calo degli introiti</strong>, soprattutto se una parte consistente del traffico proviene dai social, che sappiamo premiare la quantità e la presenza costante.&nbsp;</p>



<p><strong>Diverso è, invece, il caso in cui il blog ha una finalità di supporto agli utenti/clienti</strong>. Una volta soddisfatte le principali esigenze del pubblico di riferimento, <strong>uno stop temporaneo potrebbe consentire un miglioramento dei contenuti già prodotti</strong>, prima di andarne a realizzare di nuovi.&nbsp;</p>



<p>Su questo aspetto torneremo più avanti nel corso dell’articolo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che tipo di contenuto produciamo?</strong></h2>



<p>Un altro aspetto rilevante è la<strong> tipologia di contenuto che produciamo</strong> e pubblichiamo sul nostro blog o magazine.&nbsp;</p>



<p>Sì, perché <strong>non esistono solo i contenuti pillar</strong>, quelli evergreen, che funzionano nel tempo senza diventare mai obsoleti, <strong>in grado di portare traffico anche dopo anni</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Molti progetti, infatti, vivono di trend momentanei, attualità, notizie flash, comunicazioni aziendali</strong>, e pianificare uno <strong>stop nella produzione di nuovi articoli</strong> potrebbe <strong>compromettere l’intera struttura</strong>.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Quanti contenuti si producono?&nbsp;</strong></h2>



<p>La <strong>quantità di articoli scritti </strong>al giorno, a settimana o al mese, può <strong>influenzare moltissimo la scelta eventuale di sospendere le attività</strong> per un po’ di tempo, magari per destinare le risorse ad altro.&nbsp;</p>



<p>In effetti, <strong>se si scrivono decine di articoli al giorno, ridurre un po’ la quantità potrebbe non avere effetti rilevanti</strong>, ma <strong>se se ne pubblicano un paio al mese</strong> &#8211; come accade spesso sui blog aziendale B2B &#8211; allora una riduzione o una interruzione temporanea <strong>potrebbe avrebbe un impatto notevole</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Sia chiaro, non è una regola fissa, perché dipende molto anche dal tipo di contenuto che si produce</strong>.&nbsp;</p>



<p>Se, ad esempio, si scrivono <strong>articoli brevi</strong>, legati ad eventi in trend topic, <strong>la quantità inizia ad avere un ruolo quasi centrale in tutto il progetto</strong>, e anche <strong>una sua minima riduzione può avere degli effetti collaterali</strong>, mentre <strong>se si scrive un articolo al mese</strong>, ma estremamente <strong>articolato</strong>, <strong>approfondito</strong>, ricco di informazioni utilissime per il target di riferimento, slegato da logiche temporali, <strong>allora saltare qualche pubblicazione potrebbe non incidere così tanto, perché il contenuto ha la forza necessaria per resistere nel tempo</strong>.&nbsp;</p>



<p>Detto questo, è bene ribadirlo, <strong>tutto va parametrato al progetto nello specifico</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I contenuti prodotti sono ancora utili?</strong></h2>



<p>Quando si porta avanti un progetto di blogging per molto tempo si finisce col produrre <strong>contenuti che, a distanza di mesi o anni, potrebbero non essere più attuali, quindi poco o per nulla utili</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Invece di dedicare tempo e denaro alla scrittura di nuovi contenuti</strong>, quindi, sarebbe opportuno <strong>fare una analisi del pregresso</strong>, separando gli articoli in <strong>3 grandi cluster</strong>:&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>articoli ancora utili e attuali</strong>, da conservare così come sono;</li>



<li><strong>articoli ancora utili, ma che necessitano di una revisione</strong> e di un aggiornamento delle informazioni in esso contenute;</li>



<li><strong>articoli inutili</strong>, che affrontano tematiche e argomenti ormai obsoleti e <strong>di nessun interesse nel presente</strong>. </li>
</ul>



<p>Fatta questa suddivisione, <strong>il mio consiglio è quello di procedere in questo modo:&nbsp;</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>aggiornare gli articoli ancora utili</strong>, ma che necessitano di una revisione;</li>



<li><strong>rimuovere i contenuti vecchi</strong>, che non servono più a nessuno, <strong>oppure deindicizzarli </strong>per evitare che il motore di ricerca li mostri agli utenti e provare a risparmiare un po’ di crawl budget. </li>
</ul>



<p>Questo processo è molto importante, per varie ragioni. Innanzitutto, perché <strong>avere dei contenuti recanti informazioni non più attuali non serve a nulla e a nessuno</strong>, e rischia di <strong>peggiorare i parametri di permanenza sul sito e di coinvolgimento dell’utente</strong>.&nbsp;</p>



<p>In seconda istanza, perché <strong>aggiornare i vecchi articoli è anche un’ottima occasione per migliorare la link building interna</strong>, ma anche per <strong>trovare eventuali spunti su argomenti correlati da trattare in nuovi contenuti</strong>.&nbsp;</p>



<p>Infine, perché <strong>un sito di contenuti va sempre inteso come un contenitore unico</strong>, e non l’insieme di tanti articoli singoli, che vivono di vita propria. Piuttosto, <strong>va considerato come un organismo, che è tanto forte quanto il suo contenuto più debole</strong>.&nbsp;</p>



<p>Di conseguenza, <strong>fare un lavoro di aggiornamento e di revisione dei contenuti potrebbe essere addirittura più importante di continuare a scrivere nuovi articoli da aggiungere ai precedenti</strong>.&nbsp;</p>



<p>Come già detto, però, <strong>dipende molto dal progetto che si sta portando avanti</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni</strong></h2>



<p>Nell’economia di una strategia di inbound marketing e di content marketing più ampia, <strong>i contenuti scritti e pubblicati sul blog/magazine ricoprono un ruolo importantissimo, ma per funzionare devono essere utili</strong>.&nbsp;</p>



<p>Quindi, prima di lanciarsi nella produzione di nuovi contenuti, forse è il caso di <strong>chiedersi se sia più proficuo un lavoro di revisione e di aggiornamento di quanto fatto in passato piuttosto dell’ennesimo nuovo articolo</strong>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>AI killed the content star</title>
		<link>https://www.open-box.it/ai-killed-the-content-star/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Ambrosino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jun 2024 13:18:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Content Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.open-box.it/?p=21403</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’intelligenza artificiale ucciderà la figura del content creator, rendendola obsoleta e sostituibile? Certo che sì, ma non è un problema! </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Era il <strong>7 settembre 1979</strong> quando la band inglese <strong>The Buggles</strong> pubblicava un brano destinato a diventare iconico, dal titolo<strong> “Video Killed the Radio Star”</strong>, esploso definitivamente nel 1981 quando il suo videoclip fu scelto per inaugurare le trasmissioni di MTV.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il testo recita così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>“They took the credit for your second symphony | Rewritten by machine on new technology | And now I understand the problems you can see”</em></p>
</blockquote>



<p>Oggi, <strong>a distanza di più di 40 anni</strong>, ci troviamo in una nuova fase, nella quale <strong>a minacciare il “passato” non è più il formato video</strong>, destinato a soppiantare le radio, come cantava Trevor Charles Horn, <strong>ma l’intelligenza artificiale</strong>, che dovrebbe, secondo i detrattori e i futurofobi, <strong>sostituire i creatori di contenuti (e non solo)</strong>.&nbsp;</p>



<p>Beh, se pensiamo che, nel 2024, uno dei formati più diffusi e apprezzati al mondo sono i podcast, pronipoti della radio, e che i videoclip hanno perso quasi del tutto la loro centralità nella musica, appare evidente come, <strong>spesso,</strong> <strong>le previsioni sul futuro siano fatte per essere smentite</strong>. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La paura dell’innovazione</strong></h2>



<p><strong>La storia dell’umanità è piena di esempi simili</strong>, in cui una nuova scoperta scientifica o tecnologica viene vista con sospetto, perché in grado di <strong>sostituire l’essere umano nello svolgimento delle proprie mansioni</strong>.&nbsp;</p>



<p>Si tratta di una <strong>paura del tutto comprensibile</strong>, perché una nuova invenzione può rendere lo status quo obsoleto, ma <strong>non è sempre uno scenario negativo</strong>. D’altronde, per decenni abbiamo avuto paura anche del pomodoro importato dalle Americhe, mentre oggi ci vantiamo dei nostri sughi e dei nostri pomodori del piennolo (buonissimi, tra l’altro!).</p>



<p><strong>L’elettricità ha fatto sparire una professione come il lampionaio</strong>, addetto ad accendere e spegnere i lampioni a gas o a olio nelle strade delle città, <strong>così come il motore a scoppio ha reso desueto l’utilizzo di carrozze e dei cavalli</strong>, eppure <strong>oggi nessuno auspica un ritorno al passato</strong>, così come dubito che qualcuno vorrebbe entrare nella bottega di un barbiere per farsi fare un salasso o curare piccole ferite (e pazienza se i barbieri continuano a esporre quelle insegne nate proprio per indicare questi servizi, senza saperlo!).&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’intelligenza artificiale ucciderà i content creator?</strong></h2>



<p><strong>L’intelligenza artificiale cancellerà dei posti di lavoro, rendendo l’azione umana obsoleta? Certo, accadrà</strong>, ma creerà anche altre figure professionali fino a ieri inesistenti. <strong>Lo abbiamo già visto accadere nel corso del tempo</strong>, soprattutto negli ultimi 150-200 anni, e ancora più rapidamente <strong>in ambito informatico e digitale</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Fino agli inizi degli anni ‘90 era rarissimo che qualcuno avesse un PC in casa</strong>, così come<strong> fino a 25 anni fa il cellulare era un oggetto elitario</strong>, potevano permetterselo poche persone, <strong>oggi invece è diventata una estensione della nostra mano, come teorizzò in tempi non sospetti Marshall McLuhan</strong>.</p>



<p><strong>Fino a 20 anni fa i social media erano ancora ad uno stato molto grezzo</strong>, e pochissimi potevano prevedere che, nel giro di qualche anno, sarebbero <strong>diventati centrali nella vita dell’essere umano moderno</strong>. </p>



<p><strong>Oggi ci sono <a href="https://www.open-box.it/contenuti-chatgpt-posizionamento-google/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ChatGPT</a> &amp; co.</strong>, in grado di scrivere testi meglio di tanti copywriter con anni di esperienza alle spalle, produrre immagini elaborate, creare video spettacolari, programmare siti web, fare diagnosi mediche, analizzare dati, e così via, <strong>ed è ovvio che nel giro di qualche anno le principali professioni legate ai contenuti (ma non solo), in ogni loro forma, diventeranno sostituibili da una macchina</strong>, ma <strong>vivere il cambiamento in modo ostinato e contrario è un po’ come provare a fermare il vento con le mani</strong>.&nbsp;</p>



<p>Quello che dobbiamo fare, tutti, è <strong>abbracciare le nuove tecnologie, assicurarci che operino a supporto delle attività umane, senza diventarne schiavi</strong>, ed evolverci, come persone e come professionisti.&nbsp;</p>



<p>Questo vuol dire che <strong>dobbiamo prenderla con leggerezza? No, assolutamente no, ci sono ancora tantissimi punti oscuri legati all’intelligenza artificiale</strong>, in grado di minacciare la nostra vita (decisamente più importante della caption del post su Facebook generato con ChatGPT), perché, <strong>come dice Harari</strong>, uno dei più forti critici dell’AI:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>&#8220;AI is the first technology in history that can take power away from us”</em></p>
</blockquote>



<p>Ogni strumento e/o tecnologia può essere più o meno benefica per l’umanità, ma <strong>non serve a nulla mettere la testa sotto la sabbia e scacciare via il problema come se non esistesse</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Meglio affrontarlo, e prepararsi al futuro!</strong></p>
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		<title>L&#8217;incredibile strategia di content marketing di Drumeo</title>
		<link>https://www.open-box.it/content-marketing-drumeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Ambrosino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 May 2024 15:30:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Content Marketing]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.open-box.it/?p=21295</guid>

					<description><![CDATA[<p>Un ottimo esempio di marketing dei contenuti è quello di Drumeo. Approfondiamo insieme, e scopriamo perché.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una <strong>strategia di content marketing efficace</strong> deve mirare al raggiungimento di <strong>tre obiettivi principali</strong>:&nbsp;</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>intercettare un target profilato, da convertire in clienti;</li>



<li>aumentare la riconoscibilità del prodotto/servizio che offre;</li>



<li>valorizzare il brand.</li>
</ol>



<p>Un <strong>ottimo esempio di marketing dei contenuti </strong>che, a mio giudizio, è riuscito a centrare in pieno tutti e tre questi obiettivi, <strong>è quello di </strong><a href="https://www.drumeo.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Drumeo</strong></a>, una piattaforma di e-learning dedicata al mondo della batteria, facente parte del bouquet di software della Musora Media Inc., insieme a Pianote, Guitareo e Singeo. </p>



<p>Con ben <strong>3,5 milioni di iscritti al </strong><a href="https://www.youtube.com/@DrumeoOfficial" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>canale YouTube</strong></a>, <strong>1,2 milioni di Fan su Facebook</strong>,<strong>1,9 milioni di follower su Instagram e quasi 600mila su TikTok</strong>, <strong>Drumeo è riuscita a produrre contenuti di qualità eccelsa, in particolare nel formato video</strong>. </p>



<p>Approfondiamo insieme, <strong>concentrandosi soprattutto su YouTube</strong>, dove fanno davvero numeri impressionanti.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>1. Drumeo: target di riferimento</strong></h2>



<p>Come accennato, <strong>Drumeo si rivolge essenzialmente ai batteristi</strong>, in particolare a quelli alle prime armi che intendono imparare a suonare lo strumento, ma anche a chi è già un musicista avanzato.&nbsp;</p>



<p>Attraverso lezioni online e un software dedicato, <strong>riesce a rispondere alla perfezione alle esigenze di questo target specifico:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>contenuti utili</strong>, ben curati e differenziati;</li>



<li>un <strong>prodotto di qualità</strong>, apprezzato e promosso da grandi professionisti della musica internazionale;</li>



<li>il <strong>coinvolgimento di alcuni dei più bravi e noti batteristi al mondo</strong>.&nbsp;</li>
</ul>



<p>D’altronde, <strong>chiunque voglia diventare un professionista in un campo specifico vuole confrontarsi con i più grandi di quel settore</strong>, perché possono fondere insieme due elementi essenziali: la <strong>competenza tecnica</strong> e la <strong>capacità di ispirare gli altri</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Drumeo</strong>, anche grazie all’attività di content marketing, <strong>è riuscita a coinvolgere più di 400.000 batteristi</strong>, dimostrando di essere perfettamente allineata al proprio target di riferimento.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>2. Drumeo: aumentare la riconoscibilità del prodotto/servizio</strong></h2>



<p><strong>Qual è il modo migliore per far conoscere il proprio prodotto o servizio online</strong>, in particolare sui social network? Semplice, <strong>coinvolgere personaggi molto noti a livello internazionale, la cui competenza è incontrovertibile, apprezzati dalla community di riferimento</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>È esattamente quello che ha fatto in questi anni e continua a fare Drumeo</strong>, che è riuscita a <strong>collaborare con alcuni dei migliori e più famosi batteristi al mondo</strong>, facendogli fare quello che sanno fare meglio: suonare la batteria.&nbsp;</p>



<p>Attraverso<strong> diverse tipologie format</strong>, e con la <strong>partecipazione attiva di Brandon Toews</strong>, batterista e musicista, ma soprattutto Content Director di Drumeo,<strong> il brand è riuscito a creare contenuti di livello eccelso</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Un esempio? Il video di &#8220;Smooth Criminal&#8221;</strong>, pezzo leggendario di Michael Jackson, <strong>suonato dallo storico batterista della pop star, Jonathan Moffett</strong>. Non è un caso che questo video sia il più visto in assoluto sul canale YouTube di Drumeo, con <strong>quasi 60 milioni di visualizzazioni e più di 40mila commenti</strong>. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Michael Jackson&#039;s Drummer Jonathan Moffett Performs &quot;Smooth Criminal&quot;" width="1170" height="658" src="https://www.youtube.com/embed/bRM2Gn9nU7Q?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>3. Drumeo: valorizzare il brand</strong></h2>



<p><strong>Come si valorizza un brand? </strong>Il modo migliore è <strong>associarlo a personaggi di comprovata competenza, molto noti</strong>, come spiegato prima, ma anche <strong>amati da un pubblico ampio e variegato</strong>.&nbsp;</p>



<p>In effetti, <strong>non bisogna essere un batterista per apprezzare e godere di un video come quello di Smooth Criminal</strong>, è sufficiente avere passione per la musica.&nbsp;</p>



<p><strong>Intercettare un pubblico molto vasto, più ampio del target di riferimento specifico, rappresenta un enorme valore aggiunto</strong>, anche se quell’utente non diventerà un cliente diretto. Magari, però, <strong>potrà aiutare il brand a “diffondere il verbo”</strong>, oppure, perché no, <strong>potrebbe decidere, proprio guardando video come questo, a imparare a suonare la batteria, quindi convertire</strong>.</p>



<p>Grazie ad un approccio davvero geniale,<strong> Drumeo ha infatti creato dei contenuti video</strong>, inseriti all’interno di format originali, che <strong>riescono ad appassionare anche i non addetti ai lavori</strong>.&nbsp;</p>



<p>Un <strong>esempio magistrale </strong>è la serie di video in cui un batterista famoso deve suonare la batteria mentre ascolta un brano che non conosceva. Perché? Beh, basta guardare questo video con <strong>Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers</strong> per capirlo. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Chad Smith Hears Thirty Seconds To Mars For The First Time" width="1170" height="658" src="https://www.youtube.com/embed/HMBRjo33cUE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>In questo video c’è tutto: un <strong>personaggio famosissimo e apprezzato a livello mondiale</strong>, <strong>una narrazione e un montaggio eccellenti</strong>, <strong>momenti in cui viene visualizzato il software di Drumeo</strong>, e <strong>un po’ di sano divertimento</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Chi guarda questo video, non potrà non ricordarlo in futuro.&nbsp;</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cosa possiamo imparare da Drumeo?</strong></h2>



<p><strong>Qual è la lezione che possiamo trarre </strong>dall’analisi della strategia di content marketing di Drumeo?&nbsp;</p>



<p><strong>Dal mio punto di vista, sono almeno 3:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>produci contenuti interessanti</strong>, senza pensare solo alla promozione autoreferenziale diretta (che comunque è importante, sia chiaro);</li>



<li><strong>fai in modo che questi contenuti vengano fruiti dal maggior numero di persone possibile</strong>. Non devono essere per forza milioni di persone, per alcune aziende non è affatto necessario un pubblico così largo, quello che conta è che sia, in proporzione, tantissime;</li>



<li><strong>crea oggi un contenuto che potrà funzionare ancora tra 5 anni</strong>. Non è facile, anche perché gli strumenti cambiano continuamente, ma un buon contenuto non smette mai di essere tale.&nbsp;</li>
</ul>



<p><strong>Drumeo fa esattamente questo, e lo fa benissimo</strong>. E credo che <strong>non sia un caso che una delle sue sorelle, ovvero Guitareo, non abbia questi numeri, nonostante, nel mondo, ci siano più chitarristi che batteristi</strong>.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Perché<strong> non conta il pubblico potenziale, ma quello che riesci davvero a intercettare con i tuoi contenuti</strong>.&nbsp;</p>
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